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La banda - Oltre i confini della musica

Di Ester Pasquato, 25.08.14 24 Fotogrammi

“Una volta, non molto tempo fa, una banda della polizia egiziana arrivò in Israele. Non sono in molti a ricordarlo ma non ha importanza…”. Si perde nel mito, nei paesaggi riarsi della pianura israeliana, una storia dal sapore universale che parla, attraverso la musica, dei disagi esistenziali che, da sempre, affliggono l’uomo imprigionato nella sua incapacità di comunicare. Perché è proprio intorno alla difficoltà di comunicazione che si articolano le varie storie che compongono questo film, dove anche la condivisione della stessa lingua non è necessariamente garanzia di comprensione reciproca mentre i pensieri che si librano su ineffabili  note arrivano direttamente al cuore. Allo stesso modo, dove la distanza spaziale separa ciò che dovrebbe essere naturalmente integrato, la desolante cornetta di un telefono pubblico può assurgere alla vitale funzione di ricomporre il legame, sia esso di natura puramente sentimentale o freddamente politico-burocratico, nella superiore unità che gli compete.



  Otto suonatori, inamidati nelle loro celesti divise a protezione di un’indifesa essenza individuale, sono soldati di una battaglia per la salvaguardia del più alto valore della musica contro quel cieco cinismo dei soldi e dell’efficienza che innerva ormai ogni livello della realtà attuale; infatti, come sostiene il colonnello Tewfiq, pragmatico rappresentante della missione ma al tempo stesso timido uomo che si nasconde sotto un cappello al primo romantico appuntamento con la bella proprietaria del ristorante: “Chiedere perché ci sia bisogno della musica classica equivale e chiedere a un uomo perché abbia bisogno dell’anima…”
Così, quando ci si siede su una panchina nella remota e desertica cittadina di Bet Hatikva dove per vedere il mare o gli alberi bisogna usare la fantasia (una sorta di orientale Las Vegas priva di luci scintillanti e schiamazzi), anziché nella moderna meta predestinata di Petah Tikva, ci si può infine rendere conto che non sono gli abbaglianti rumori della città a farci sentire vivi ma la presenza  reale, immaginata o solo sperata, dell’amore. Su un’analoga panchina, ma all’interno di una sala da pattinaggio danzante, il giovane e narcisista Khaled, innamorato solo di se stesso, insegnerà con mimetici gesti all’inesperto ospite israeliano, a cui l’imbarazzo riempie le orecchie del fragore marino, le regole strutturanti dei rapporti uomo-donna, a segnalare come, aldilà di ogni barriera linguistica e culturale,  siamo tutti semplicemente parte di un unico cosmo che si regge su un equilibrio fragile ma perfetto come un’armonia. Ed è proprio per questo, per la speciale sinfonia che crea l’acqua all’alba, che l’importanza di un’azione banale come l’andare a pesca (in cui i pesci vengono rigorosamente rigettati in mare in quanto parte precipua e integrante di quella perfezione) può inaspettatamente confermarsi superiore alla sofisticata direzione di un’orchestra.



  Traspare dalle parole della giovane donna, che aveva proiettato nel severo quanto melanconico colonnello le proprie aspettative di una “passione con belle frasi arabe” come nei sospirati film della sua infanzia, l’amara consapevolezza che la vita procede su binari diversi da quelli che si erano ingenuamente prefissati e che, quindi, il finale ancora incompiuto dell’ouverture per concerto, può rivelarsi, all’improvviso, né triste, né allegro, come la quieta solitudine che regna nella cameretta di un bimbo che dorme. Il figlio perduto, dall’animo troppo fragile e gentile, si risolve in una ritrovata paternità mentre l’amore, inafferrabile su un piano strettamente individuale, trova un più vasto spiraglio nella rinnovata amicizia tra due popoli in eterno contrasto.
E così, quello che la banda, in una commossa esibizione conclusiva vuole esprimere attraverso la nostalgica rievocazione di un passato che sfuma nella sua tanto imprescindibile dolcezza quanto inevitabile dolore è che, nonostante tutto, “della mia vita non cambierei neanche un istante…”


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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