Un film parlato1

UN FILM PARLATO ovvero L’UTOPIA DI UNA NUOVA BABELE

Di Ester Pasquato, 08.09.14 24 Fotogrammi

  Nel 2001 una bionda bambina portoghese attraversa nei mari millenni di storia per raggiungere il padre, pilota di linea a Bombay, accompagnata dalla madre, emerita professoressa di storia presso l’università di Lisbona. Queste sono le linee essenziali di una vicenda che si configura come un molto più complesso viaggio alla riscoperta della civiltà occidentale solcata, come all’epoca delle grandi scoperte geografiche, da una possente prua da crociera portoghese a indicare, fin dal principio e ripetutamente, solo uno dei molteplici legami che ci uniscono al nostro passato.
  La partenza è avvolta, quasi attutita, da una grigia ma soffice nebbia che imprimerà una tonalità malinconica a questo pellegrinaggio dal valore altamente culturale avvertendo lo spettatore, in maniera sottilmente subliminale, del disfacimento a cui sta andando incontro. Inevitabile è infatti, a contatto con cotanta grandezza dell’antichità, essere indotti a uno sconcertante confronto con la miseria del presente, proprio a partire da un esordio celebrativo delle imprese marinare. Ma la nebbiosa atmosfera funge anche da spunto per evocare il fascinoso mito di Don Sebastiano, strenuo difensore del mondo cristiano contro i Mori, che sarebbe riapparso un giorno su un cavallo bianco così come le seducenti figure delle sirene che coi loro incantatori canti incoraggiavano i marinai a scoprire l’ignoto. Il film si sviluppa così, lentamente fra vagheggiate leggende e documenti storici, in un costante dialogo fra l’erudita madre e la figlia, emblema di quella sana curiosità che, pur conscia della complessità di problematiche che da secoli affliggono l’esistenza umana, continua ad esaltarsi per l’acquisizione di nuove conoscenze con quella freschezza dell’infanzia che continua a caratterizzare anche una parte dell’umanità adulta.


 
  Sembra di assistere a una lezione  in piena regola quando, condotti da una sapiente guida interrotta – o integrata – a tratti dai coloriti interventi popolari di un pescatore di Marsiglia o di un prete ortodosso, osserviamo da spettatori disincantati le rovine di Pompei come castigo del cielo per la vita eccessivamente dissoluta dei suoi abitanti o la superba bellezza dell’Acropoli dove gli antichi greci idolatravano Atena, dea della saggezza protettrice delle città. Siamo inoltre indotti a riflettere sulle eterne contraddizioni tra quanto l’ingegno e l’evoluzione nelle varie epoche dovrebbero aver prodotto e l’effettiva realtà di guerre e schiavitù che rendono l’uomo un essere eternamente imperfetto.
  Una vera e propria cesura tra questa prima parte, dal gusto così accademico, e la seconda incentrata invece principalmente sulla vita presente a bordo della nave, si attua nella scena, apparentemente normale ma essenzialmente utopistica, delle tre famose donne a cena col capitano Malkovich. Ognuna di esse è rappresentante di un mondo “altro” in quanto “alto” e di una cultura (francese, greca, italiana) che, pur condividendo gli stessi valori fondanti, parla linguaggi diversi. Ed è proprio in virtù di questa profonda comunanza che si realizza al tavolo, per un breve momento, l’utopia di quell’armonia universale che la torre di Babele non riuscì a realizzare neanche nel mito. Si parla del mare come oggetto d’amore, affascinante e rilassante come una splendida amante, che costituisce la felicità del marinaio così come quella dei pesci, silenti creature all’origine del percorso evolutivo e tuttavia capaci di quella misteriosa comunicazione non verbale che è a noi preclusa; ma si parla soprattutto di come non siano i colonizzatori necessariamente fautori di nuova civiltà perché quello che permane, al fondo di ogni evanescente cultura, è solo la storia, depositaria ultima delle memorie del passato come la grandiosa biblioteca di Alessandro Magno. E se quello che oggi maggiormente affligge il mondo arabo è l’approccio disinvolto che l’Occidente dimostra nei confronti di tecnologia e progresso scientifico alimentando i pregiudizi e la distanza con un Oriente nutrito di valori divergenti, la questione civile si tramuta in una questione puramente politica. È la triste vicenda dell’umanità, in cui la politica crea la Civiltà e l’azione e l’ambizione (dei dominatori) creano la Storia.


  Ma in questa straordinaria formula di inter-comunicazione poliglotta affonda le radici il sogno di una società futura guidata dalle donne, custodi e creatrici di una rinnovata armonia incardinata proprio sulla condivisione di un unanime patrimonio linguistico.
Lo scenario si chiude lievemente come si era aperto dove, alla visione quasi onirica di un paesaggio nebuloso si sostituisce qui una melodia, la prima e ultima di tutto il film, un’antica canzone greca sul vento del nord che, soffiando sul delicato arancio, gli domanda con la tenerezza di un amante dove si siano dispersi i suoi fiori.
Una metafora con cui il regista vuole accompagnarci dolcemente alle soglie della dissoluzione prima di, con un repentino stravolgimento, prospettarci la catastrofe finale, tra il ruggito delle onde.


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
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