La grande bellezza1

La Grande Bellezza

Di Ester Pasquato, 15.09.14 24 Fotogrammi

L’ultimo capolavoro di Sorrentino, un controcanto alla Dolce Vita di Fellini, è ambientato in una Roma decadente in cui, come burattini, si muovono i personaggi dell’alta borghesia pseudo-intellettuale tra sfarzosi palazzi e psichedeliche danze. Protagonista, ovvero direttore di questo coro di falliti della mondanità, è Jep Gamberdella, autore di un unico romanzo giovanile ma re indiscusso di queste feste i cui trenini umani, animati da soubrette in disfacimento piuttosto che da improbabili maghi, nobili a noleggio o cardinali con velleità culinarie, non portano inesorabilmente da nessuna parte.



Tra il sogno e i ricordi di una giovinezza perduta tra le pagine di diario di un amore immaginario, si dipana dunque la vita di uno scrittore cosciente che l’unico strumento ancora a disposizione per incidere sulla realtà e, allo stesso tempo, dar corpo alle fantasie, è proprio la scrittura e che l’unico modo per salvarsi dall’abisso della disperazione è quell’ironia che ci consente, a partire da una lucida autocoscienza, di non prendersi tuttavia mai troppo sul serio. In una società in cui ogni cosa fa ormai parte di un unico spettacolo universale e in cui ci si può illudere di sentire la musica e il profumo del mare solo guardando il soffitto, un funerale diventa l’occasione migliore per andare in scena e la prospettiva più privilegiata consiste, per la caporedattrice nana, nella facoltà di guardare sempre il mondo dall’altezza dei bambini. Su questo sfondo si muovono, inquietanti nella loro finta aura di sacralità, le figure di preti e religiose biancovestite, a manifestare come la perdita totale di valori abbia coinvolto anche le classi idealmente più pure finché l’arrivo di una santa in città, non scompiglia, per un fugace attimo, quel superficiale equilibrio. È Suor Maria, 104enne  prossima alla santità, che conosce per nome tutti i fenicotteri venuti a riposarsi sul terrazzo prime di intraprendere la migrazione verso ovest e che, attraverso il segreto del nutrimento che le garantisce longevità, comunica l’essenziale importanza di rimanere ancorati alle proprie radici. Perché, come sostiene l’anziano ma disincantato illusionista che prepara il suo prossimo numero di sparizione integrale di una giraffa, in effetti nulla si può far scomparire, ogni maschera di cui ci si fregia – o mascheramento della realtà - è un banale trucco.


 
In questo senso si schiude, per il protagonista che aveva per tutta la vita rifuggito ogni ulteriore occasione di scrittura proprio per l’incapacità di trovare la “grande bellezza”, la possibilità del romanzo proprio come “trucco”: tutto finisce sempre con la morte ma prima c’è stata la vita, sedimentata sotto il chiacchiericcio insensato e sparuti sprazzi di bellezza, invisibile coperta dell’imbarazzante stare al mondo…


Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?

esteroula_p@hotmail.com
Scritti: 20 articoli