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Cosmosquad Live at the Baked Potato

Di Simon Lerose, 21.05.14 Il disco della settimana

Live at the Baked Potato è un live dei Cosmosquad registrato una sera di febbraio del 2001 presso l’monimo locale di Studio City.

Il disco, registrato a Los Angeles, è stato il primo incontro che ho avuto con i Cosmosquad, i quali mi hanno aperto la mente a un mondo parzialmente sconosciuto all’epoca. Si tratta di una compilation di 14 tracce contenute nelle precedenti produzioni del gruppo e da alcuni album solisti di Jeff Kollman, chitarrista e leader del gruppo.

Devo dire che fin da piccolo non sono mai stato un grande fan dei live, più che altro perché spesso, alcuni dei gruppi che ascoltavo, tendevano a cambiare le cadenze di alcune canzoni o modificavano assoli di chitarra che nella mia mente erano rimasti impressi, causando quindi una rottura delle mie aspettative, proprio nel momento del brano che aspettavo con ansia.
Più tardi, cominciando a suonare la chitarra e ad esibirmi in alcuni locali cominciai a capire da dove veniva questa sperimentazione e, diventando nel tempo sempre più attento e sensibile alla ricerca del suono, cominciai ad ascoltare i live diversamente, spesso apprezzandoli più delle versioni studio.
Live at the Baked Potato dei Cosmosquad è uno dei pochi dischi live che mi hanno permesso cambiare idea.
Il prodotto non è destinato solo agli addetti ai lavori, cosa che spesso capita con dischi interamente strumentali, snobbati dalle masse perché impegnativi. Chiaramente non è un disco “facile”, ma già al primo ascolto risulta piacevole, oltre che sicuramente interessante.


Immagine: bentelymusic.com

Ad accompagnare l’andamento della serata ci sono i commenti di Jeff Kollman che introduce i pezzi in una sorta di conversazione con il pubblico. Si percepisce l’aria del club piccolino, spesso apprezzato da diverse band perché crea una certa intimità tra gruppo e pubblico, elemento difficilmente ritrovabile nelle performance da stadio.

Il disco apre con Sheer Drama, dove un tranquillo tappeto prodotto con la chitarra lascia subito lo spazio alla sezione ritmica composta da Shane Gaalaas e Barry Sparks, una combo perfetta che, nelle produzioni firmate dal trio, permette a Kollman di proporre le sue evoluzioni e di integrarsi con delle ritmiche raffinate e potenti che permettono subito di capire chi sono i Cosmosquad: una band capace di mescolare funk, rock, prog e altre influenze, creando un prodotto unico diverso dalla semplice somma delle parti.

Fondamentale è il sound dei singoli componenti che, grazie alla dimensione live, si percepisce chiaramente, senza però dimenticare la connessione con gli altri membri, creando una pasta unica e caratteristica per il gruppo, ritrovabile anche in altre produzioni.

Le ritmiche di Kollman si sposano perfettamente con il basso e la batteria, ai quali lascia però carta bianca in alcune parti, mettendosi in secondo piano e proponendo tappeti o accordi di accompagnamento. Un esempio la parte finale di Jam for Jason, pezzo coscritto da Kollman come tributo a Jason Becker, guitar hero degli anni ’80 colpito da sclerosi laterale amiotorifca.

Un’altra arma del chitarrista dei Cosmosquad è proprio la scelta di accordi. Questi ultimi, spesso tendenti al jazz, creano sonorità particolari che si amalgamano con il resto del gruppo, creando atmosfere che portano lontano e sono difficilmente descrivibili.

Le linee di basso di Barry Sparks sono molto interessanti, discrete, poco invasive (grazie anche al suono profondo e scarico di “attacco”) ma sempre presenti e non scontate, pronte ad accompagnare i brani permettendo alla chitarra di cantare liberamente alternando delicatezza e rabbia, in un gioco di dinamica veramente potente, udibile in brani come In Loving Memory.


Immagine: subnoise.es

Durante l’esecuzione del disco si percepisce come i Cosmosquad in realtà si divertono e come provano piacere a fare quello che fanno. Si tratta certamente di musica impegnativa, per l’ascoltatore come per i musicisti, che si sentono però a loro agio tra tempi dispari, dinamiche, ritmiche e assoli di vario tipo.

L’impronta di Kollman si sente molto, la chitarra è presente e versatile, sempre al servizio della musica. Questa non è caratterizzzata da un singolo suono saturo, al contrario, il leader del gruppo parte da un suono di base non particolarmente distorto, un crunch che usa nelle ritmiche e in alcuni passaggi, aiutato da una distorsione per gli assoli. Il sound che ne deriva ricorda alcuni brani dei Van Halen che, contrariamente a quanto si pensa, è sempre stato relativamente scarico di gain.
Anche qui, il gioco lo fanno le dita e l’intenzione di Kollman, che gioca cone le dinamiche in maniera tale da creare molteplici sonorità, sfiorando le corde o pestando come un dannato per proporre esattamente ciò che ha in testa.

Un altro elemento interessante di Kollmann è l’utilizzo che fa del pedale Wah Wah, non lo usa in maniera costante ma inserisce solo qualche breve passaggio, per poi lasciarlo nuovamente da parte e riprenderlo durante alcuni assoli. Un esempio è la terza traccia del disco intitolata El Perro Vaila.

Infine, si tratta di un disco da ascoltare, sentire, senza troppe parole, ma lasciando spazio alla musica.

Chiudo proponendo un passaggio trovato su un blog, che racchiude in poche righe una fedele descrizione del disco: “An all-instrumental set awaits fans of the galactic band, with funky outbursts giving way to dark, hypnotic grooves, spastic madness meeting ethereal beauty, and African tribal flavors intersecting with melodic flurries.” (guitar-maniacs.blogspot.ch)

Immagine di copertina: guitar-maniacs.blogspot.ch


"When all are one and one is all" Led Zeppelin

simon.lerose@luganonetwork.ch
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