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Ma il cielo è sempre più blu. In ricordo di Rino.

Di Gabriele Scanziani, 28.05.14 Il disco della settimana

Da poco più di un anno a questa parte, in questo piccolo spazio, si è sempre parlato di dischi. Unica eccezione fu quella, infelice, che corrispose alla dipartita di Lou Reed. Oggi, più che esplorare per voi un album, ho deciso di parlare di un artista che, a mio parere, ancora non è stato completamente compreso, né dagli ammiratori né dai detrattori. Il nome era Rino, il cognome Gaetano.
Difficile, ironico, dissacrante, intelligente. Gli aggettivi si sprecano, divenendo parole vuote e inutili se confrontate ai testi geniali delle sue canzoni. Ho sempre avuto un debole per le voci fuori dal coro, mi ci riconosco facilmente. Non sopporto però chi critica per il gusto di fare il bastian contrario. Gaetano non era semplicemente uno che amava criticare, più d’ogni altra cosa, egli amava provocare.



Il suo atteggiamento e il chiaro sfottò che impregnava i fogli delle sue canzoni lo fecero malvolere anche dal gruppo di fricchettoni alternativi che gravitava intorno al famigerato Folkstudio di Roma. Per chi non lo sapesse, il Folkstudio fu un locale all’avanguardia, in cui si radunavano la gioventù e i musicisti che avevano qualcosa da dire. Nei primi anni Sessanta passò di lì anche uno sconosciuto cantautore ventunenne dai capelli a cespuglio. Come i tanti musicisti americani di passaggio suonò la chitarra davanti ad una quindicina di persone. Si trattava di Bob Dylan.
Il Folkstudio era dunque una realtà all’avanguardia, ma non abbastanza per Rino Gaetano. Il cantautore e giornalista Ernesto Bassignano ricorda che:

Rino adottava uno stile atipico, buffonesco, ma non faceva cabaret. Dissacrava continuamente il Pop e, per tutti questi motivi, risultava improponibile per il pubblico del Folkstudio.

Più avanti dell’avanguardia, con la guardia sempre alzata, avanti. Pronto a schivar colpi da destra a manca, questo era Rino Gaetano. Una delle cose che mi stupisce di più è che, quando si parla del Nostro, lo si lega inevitabilmente al nonsenso. Il più celebre nonsenso della cultura di massa italiana è la supercazzola di Tognazzi. Divertentissima e geniale nel suo, ma che poco ha a che vedere con i testi di Gaetano. Nemmeno regge l'ipotesi del nonsense usato come schermo per chi non vuole, o non può, comprenderne subito il messaggio. Anche solo l'eventualità che l'ipotesi paventa, è un'insulto all'intelligenza di questo autore più unico che raro.
In “Mio Fratello È Figlio Unico”, Gaetano usa un codice, un linguaggio di cui tutto si può dire tranne che sia privo di senso. È il linguaggio degli emarginati che non vediamo, non sono sicuramente quelli di cui siamo abituati a sentire parlare. Non sono i drogati, i senzatetto, i mendicanti, siamo tutti noi. Siamo tutti figli unici secondo Gaetano. Tutti abbandonati in questo circo dell’assurdo, dove la scelta migliore pare divenire il clown più capace. Il pagliaccio triste, che ride di tutti e che tutti fa ridere. Per celare la propria malinconia.



Il suo intento è chiaro e lo dice apertamente. Nel corso di un’intervista rilasciata a Ciao2001, uno dei primi settimanali musicali della penisola, parla di “Ma il cielo è sempre più blu” e dichiara:

Ci sono immagini tristi o inutili, ma mai liete, in quanto ho voluto sottolineare che al giorno d'oggi di cose allegre ce ne sono poche ed è per questo che io prendo in considerazione chi muore al lavoro, chi vuole l'aumento. Anche il verso «chi gioca a Sanremo» è triste e negativo, perché chi gioca a Sanremo non pensa a chi «vive in baracca»”.

Ciò in cui davvero il Nostro era (e rimane) Maestro è l’ironia. Tagliente come lama di rasoio. Ironia essenziale dato che, in questo sistema, che già Gaetano schifava allora, nella nostra condizione di esseri umani che corrono da una parte all’altra per vari motivi, chi per l’affitto, chi per l’aumento, chi per semplice disperazione, siamo accomunati tutti dallo sguardo sorridente e sarcastico di Rino che ci considerava i suoi poveracci.

In fondo, per tutti gli altri, il cielo è sempre più blu.
 


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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