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Sylvan Esso: l'orgoglio di essere se stessi

Di Gabriele Scanziani, 02.07.14 Il disco della settimana

Sono pochi i gruppi che riescono a creare musica in grado di soddisfare bisogni che l’ascoltatore non sapeva nemmeno di avere. Poi esistono band come i Sylvan Esso, che riescono a riempire un vuoto ma il cui punto di partenza coincide con quello di arrivo.

Il duo di Durham (North Carolina), riesce infatti a sposare sonorità folk con ambienti elettronici senza però mai rivoluzionare le impostazioni di ambedue i generi, ma rischiando in questo modo di sconfinare nel banale. Musicalmente ciò non avviene mai; se ci si intenziona alla ricerca del difetto, tocca muovere lo sguardo alla scelta sonora e ammettere che la fusione dei generi scelta dai Sylvan Esso sia quantomeno furba, poiché si sono accostati ai due sottogeneri più orecchiabili, seguiti e amabili del grosso ombrello indie: il folk e l’elettronica.

Tuttavia queste digressioni lasciano il medesimo vuoto di una discussione razionale sull’esistenza di Dio. Venendo invece all’aspetto puramente musicale, il duo nasce dall’idea di Amelia Meath e Nick Sanborn, musicisti già molto impegnati su più fronti. La Meath è membro del trio Mountain Man, formato da 3 donne, ed è parte della touring band di Feist, cantante canadese nota al pubblico indie. Nick Sanborn, dal canto suo, suona il basso nei Megafaun, formazione di folk psichedelico di tutto rispetto.



Ho letto in diverse recensioni che “Hey Mami”, traccia di apertura del disco, è spesso considerata poco più che un esperimento sonoro. In realtà vi sono elementi che ne innalzano lo status. Cominciamo con l’uso di suoni del tutto inusuali, soprattutto rumori per il cinema orchestrati con logica simile a quanto fatto dalla corrente industrial verso la fine degli anni Settanta. Continuiamo con la voce di Amelia Meath, leggera come la materia delle nuvole, che introduce dei giochi tonali utilissimi per fare apprezzare il suo stile all’ascoltatore. A fine del primo bridge però, cambia tutto. I synth si fanno aggressivi e strizzano l’occhio alla Dubstep, senza mai assumere l’aspetto nevrotico e idiosincratico tipico del genere.



Circa a metà disco arriva “Could I Be” e il collo molleggia la mia testa in un loop di su e giù, mentre seguo il ritmo di una canzone dalla solidità strutturale rara. Le sensazioni veicolate dal brano e le atmosfere, sospese da un filo in bilico tra sogno e realtà, sono le solite che caratterizzano tutto il disco. Come già detto, la ripetizione funziona, benché (a volte) ponga la noia come un pericolo imminente. Amelia canta di nostalgia, di disincanto per un mondo troppo “normale”. Un mondo in cui non c’è spazio per la diversità, temuta nemica della stabile mediocrità imperante.



Ora, non voglio essere ipercritico, né mi sento di distruggere un disco che sto piacevolmente ascoltando da un mese, nondimeno ciò in cui i Sylvan Esso sono davvero maestri è il creare atmosfere, ma quello che davvero fanno è ben lontano dal sostenere l’aggettivo geniale. Sicuramente il gruppo rappresenta una dichiarazione di libertà e rinnovamento artistico, ma ciò non sfocia obbligatoriamente nella creazione di canzoni memorabili.

Va detto però che, un po’ come per il latte non pastorizzato, è proprio la mancanza di un omogeinizzazione nella miscela il vero punto forte del gruppo, la traccia “Coffee” ne è l’esempio perfetto. Gruppi come i tUnE-yArDs o gli Hundred Waters riescono di sicuro meglio nell’emulsione di genere, ma la loro evoluzione non viene usata come il racconto stesso del gruppo. Ci vuole coraggio e un pizzico d’incoscienza per porsi come i Sylvan Esso e, per fortuna, loro abbondano in entrambe.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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