Cover morrisey

Morrisey, o la natura della rivoluzione

Di Gabriele Scanziani, 23.07.14 Il disco della settimana

Il buon Steven Patrick Morrisey ci ha da tempo abituati alla irregolare, sincopata e quasi convulsiva sperimentazione, tanto che viene annoverato tra i principali esploratori e innovatori della musica indie. Ma cos’è, realmente, la musica indie? Taluni dicono che il termine sia un neologismo, di derivazione britannica, per indicare la aprola independent: indipendente. Da altri, di sicuro più informati di me in materia, ho sentito dire che la parola contrassegna invece il suono prodotto dai musicisti dei gruppi indie. Ho quindi accettato con il tempo sia la connotazione politico sociale del termine, che diviene quasi un baluardo della libertà d’espressione in antitesi alla comunicazione di massa, le major discografiche appunto.

Rinunciando quindi alla scoperta del significato legato al termine, sempre più convinto che nemmeno chi ha coniato la parola ne conosca il senso, penso a colui che, meglio di altri e meno del resto, pare incarnare il Don Chisciotte perfetto della sottocultura indie. Prima però è bene seguire il movimento del gambero, facendo qualche passo indietro per meglio osservare cosa abbiamo davanti. Morrisey è sempre stato un grande appassionato di musica e, suo dono più grande, nasce possedendo una timbrica unica. I lavori con gli Smiths, del resto, dimostrano bene questo talento. La domanda, rumorosa come il silenzio nei momenti di imbarazzo, è la seguente: che altro c’è, dietro al talento?



Basterebbe liquidare il tutto citando il Manzoni de “Il cinque maggio”, che nel descrivere le gesta di Napoleone si domandava se fu “vera gloria” e conclude rinviando “ai posteri l’ardua sentenza”. Lungi da me paragonarmi al Manzoni e ancor più lontano è il confronto tra Morrisey e Napoleone, tuttavia la sentenza che pende dalla mia penna sulla testa del Nostro è ben più che ardua.
Alcune sottoculture a volte innalzano a simboli personaggi estremi, dal gusto quasi inesistente e dal valore (musicale) dubbio. È successo da sempre, eleggere un rappresentante, un catalizzatore di un intero movimento culturale è un fenomeno umano e come tale va compreso. Nonostante quanto mi odieranno gli amanti del punk, Sid Vicious fece da catalizzatore di un movimento, ma non per questo fu un musicista di enorme levatura, tutt’altro. Altresì va compreso che, come Sid Vicious non ha cambiato nel profondo il mondo della musica punk che che se ne dica, Morrisey non è un Cristo della sottocultura indie. La sperimentazione che gli si attribuisce è tale poiché, durante gli anni Ottanta, gli Smiths fecero una musica che esplorava sentieri nuovi, esprimendo tuttavia concetti che, di fatto, incarnavano lo strascico politico e sociale dei moti sesantottini, perpetuati poi nel corso del decennio successivo. Nuovo era il vestito dunque, ma l’ospite era lo stesso.

Il suo ultimo lavoro musicale risale a otto giorni fa e s’intitola provocatoriamente World Peace Is None Of Your Business, letteralmente “la pace nel mondo non sono affari vostri”. Del disco dirò solo che possiede arrangiamenti interessanti, ma molto spesso troppo complessi e barocchi che, in ultima analisi, producono un effetto di copertura a parole e testi. Cosa particolarmente utile, nonché molto furba, data la scarsa qualità come paroliere dimostrata dal Nostro in quest’ultimo lavoro.



Non ho mai disprezzato la furbizia, è una virtù che garantisce la nostra sopravvivenza come specie, quello che sopporto con maggiore fatica è la falsità. Inneggiare alla rivoluzione, affrontare temi politici tanto attuali quanto ritriti, sta diventando pericolosamente di tendenza. Ho sempre appoggiato le rivoluzioni, quelle vere, poiché - come suggerito dal termine - si tratta di rivolgersi all’evoluzione: una possibilità che ci è data come tale, ma che andrebbe presa come un dovere.

Amo i rivoluzionari, quelli veri, poiché sono costanti quanto silenti nel loro impegno. Non cercano fama, non anelano al rispetto altrui. Il rivoluzionario, quello vero, non ti convince che dovresti prendere la sua stessa strada poiché è, ormai, inevitabilmente rassegnato alla solitudine. Il rivoluzionario, quello vero, non suggerisce come la vita dovrebbe essere vissuta, te lo mostra con l’esempio. È probabile che, mentre attendete l’autobus o siete fermi ad un semaforo, vi si affianchi una persona che sorride nonostante la pioggia e il tempo impietoso, se quel sorriso vi contagia, cambiando la vostra giornata, quella persona ha iniziato una piccola rivoluzione.
Se si necessita di un maggiore approfondimento dell’ovvio politico e sociale, o se si intende ascoltare di nuovo ciò che è stato detto nei movimenti di protesta europei e statunitensi degli ultimi quindici anni, allora il disco di Morrisey è da acquistare al più presto. Chi, a differenza di me, subisce il fascino del bello e dannato troverà qui il Morrisey di sempre. Io pure l’ho ritrovato, ricordandomi il motivo per cui il Morrisey di sempre, a me, non è mai piaciuto.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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