Nobodys smiling 2

Nessuno sorride quando parla Common

Di Gabriele Scanziani, 06.08.14 Il disco della settimana

Common  vive nel gotha del mondo hip-hop. Incarna il rapper impegnato, spesso esempio di rara acutezza, che fu anche ospite di Oprah, la Maria De Filippi degli afroamericani. Common ha raggiunto un tale livello di rispetto da poter pubblicare, in modo quasi prevedibile, grandi album a scadenze regolari. Per molti ascoltatori l'ultimo sforzo del Nostro, dal titolo Nobody’s Smiling, deterrà una posizione privilegiata rispetto ad argomenti come la violenza insensata di Chicago, quasi il rapper divenisse un simbolo di tutto ciò che è giusto in un genere troppo spesso deriso per la depravazione morale o il palese fallimento artistico. Non che Common si metta nella posizione del predicatore che vuole redimere il proprio popolo, non è interessato né al moralismo, né alla caccia delle nuove tendenze. Sebbene descriva una perfetta istantanea di Chicago, i problemi urbani sembrano il catalizzatore ideale per la propria creatività. L'album infatti convince di più quando si affronta il conflitto tra l'individuo e la sua città natale, come le buone intenzioni di Common siano sostenute dalla memoria della propria famiglia, dalla musica e dall'investimento che l’artista ha fatto su se stesso.



Nobody’s Smiling mostra chiaramente qualche idealismo, la foto in bianco e nero in copertina riflette un suono ridotto, meno grasso. Un suono messo a dieta non per dimagrire, ma perché il cibo manca. Un suono affamato. Tant’è che né Common né il suo produttore prediletto da molto tempo, No I.D., sono minimamente interessati a competere con il suono della strada che popola le classifiche odierne. Invece, i due si spingono verso una sensazione complementare, con i vecchi loop e i ritmi blaxploitation tipo “Speak My Piece” o “Hustle Harder”.

L'approccio di Common è simile a quello che usò anche nell’album “Like Water For Chocolate”, l’intenzione è di intrecciare la propria storia con i ricordi di Chicago, al fine di creare un collegamento con la prossima generazione. Una sorta di ponte verso il futuro. L'utilizzo di un campione di Biggie su "Speak My Piece" è emblematico; quando Common era un artista emergente, il giovane Christopher Wallace, Notorious B.I.G. (ndr.), parlò con forza di quello stato mentale dei rapper di strada, lo stesso affrontato da Common e con il quale lottano i giovani della Chicago di oggi.

Questo tentativo di continuità generazionale è ammirevole e spiega anche perché il rapper concede una piattaforma per un’intera compagine di featuring e collaborazioni tra cui anche Malik Yusef, che quasi ruba la scena al protagonista, comparendo alla fine della title track e regalando parole evocative che ben catturano i temi centrali dell'album: rapporto padre-figlio, speranze infrante, rabbia riscattatrice e voglia di uscire dall’oppressione costruita sull’ignoranza delle persone.
L’ultima traccia, "Rewind That", è una delle canzoni più personali scritte da Common da parecchio tempo. Riflette sugli alti e bassi del suo rapporto con No ID e cerca un senso attraverso la meditazione della perdita di J Dilla. Egli rivolge la sua decisione conflittuale di lasciare la città e la gente che così fortemente ha influenzato la sua musica. La verità è complessa, e le tensioni non espresse tracciano il labile confine tra rapper conscious e gangster che non ha nulla da perdere. Questa dicotomia è reale e vissuta dalla maggior parte dei rapper di strada, che devono rimanere in equilibrio su un divario sempre crescente tra le loro vite costellate di lussi e successo e quelle della comunità che li ha spinti verso la fama. Ed è vero anche per Common, che lasciò casa sua per continuare la propria carriera, e che, quasi due decenni più tardi, ritiene che tale decisione pesi ancora su di lui come un macigno.

La cosa certa è che Common non ha tradito il proprio stampo, rimanendo ancorato saldamente a quell’immagine di rapper consapevole. Immagine di cui lui è uno dei principali architetti, fin dai tempi dei Soulquarians. Sarà per via del mio cinismo, ma non ho mai creduto al Common interessato a fornire semi di saggezza alle generazioni future, la famosa pianta della conoscenza. Da un punto di vista musicale apprezzo l’artista e il suo modo di esprimersi, non bisogna tuttavia scordarsi la tendenza monotematica del Nostro. Tale tendenza mi porta a domandarmi quanta (e quale) mediazione politica sia stata fatta dall’artista in fase di scrittura, quando è solo davanti al foglio bianco. La risposta è che la mediazione è poca o nulla, si tratta di un album genuino, gran consolazione per chi come me ama gustare la creatività senza intromissioni di messaggi esterni alla musica stessa.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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