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NOFX: Drunk In Public

Di Gabriele Scanziani, 13.08.14 Il disco della settimana

Si può solo supporre che la maggior parte dei lettori di questa rubrica conosca i NOFX. Il gruppo di chi sa si suddivide in due sottoinsiemi: quelli che li amano e quelli che li odiano. Per quanto mi riguarda, è grazie a loro che sono venuto a contatto con il mondo della musica punk. Mi hanno aiutato a uscire dalla depressione post grunge, che aveva abbracciato me e tanti altri nel periodo postumo al suicidio di Cobain, allora visto come una specie di messia.
Punk In Drublic, anagramma di drunk in public, ubriaco in pubblico (ndr), fu per me come uno schiaffo sulla faccia. Ricordo ancora che, quando comprai questo disco mi sentii come Jake Blues (aka John Belushi) nei Blues Brothers: avevo davvero visto la luce.



Immerso com’ero nell’universo depressivo del grunge, Punk In Drublic fu come una pillola della felicità. I NOFX mi stavano ricordando, anzi, ricordavano a tutti noi che si poteva ancora fare musica divertendosi.

Da allora, i miei gusti musicali sono cambiati e io ho cominciato ad ascoltare cose diverse. Molto diverse. Ascoltavo dai Sex Pistols ai Public Enemy, passando per Chopin suonato da Ashkenazy. Nonostante l’enorme diversità del suono che arrivava alle mie orecchie, in qualche modo, questo album rimase nel mio lettore cd abbastanza da fare la muffa. Ancora oggi, a distanza di vent’anni dalla pubblicazione, mi capita di riascoltare questo disco ricevendo la stessa sensazione della prima volta.



Non ho intenzione di dire le solite quattro fesserie, del tipo che bisognerebbe tornare allo stile di Punk In Drublic, perché il punk moderno è troppo politico. Balle! Il punk è politico da God Save The Queen, gradirei prendere tutti gli “esperti” del genere e chiedergli quando, anche solo per un attimo, il punk non è stato implicitamente o esplicitamente politico. Nel caso in cui qualcuno di voi sia arrabbiato per la troppa politica presente nel “punk” di oggi, fatemi una cortesia: datevi alla deep house.

Le canzoni di questo disco sono ben scritte, forse abbiamo di fronte i migliori testi di Fat Mike. Mi riferisco in particolare a “Reeko”, “Don’t call Me White” o “Perfect Government”. Tutte canzoni politiche in qualche modo, ma anche estremamente divertenti.

Nonostante Punk In Drublic rappresenti senza dubbi uno degli album migliori dei NOFX, vorrei riflettere su un atteggiamento. È un’attitudine tipica dei primi gruppi di una sottocultura underground, è quel modo di porsi del “si stava meglio quando si stava peggio”. Molti gruppi formatisi all’inizio della new wave punk americana, vedono di cattivo occhio gruppi maggiormente popolari, come i Green Day, per citarne uno. Questi gruppi di veterani sostengono che il punk abbia perso la spinta quando è diventato un fenomeno di massa.



Addirittura Fat Mike nel penultimo album della band si domanda “quando il punk rock è diventato così sicuro”. Continua poi chiedendosi chi sia il colpevole, sapendo di non poter puntare il dito su Duane, Peters (ndr), o Fletcher, Dragge (ndr), non furono loro ad “abbassare le barricate per far entrare la gente”.

Hai ragione Fat Mike, non è stato uno di loro. Sei stato tu. Punk In Drublic ottenne un successo mastodontico, portando quel suono alle orecchie di una quantità immensa di pubblico. Questo ha reso la scena punk decisamente più accessibile, abbassando le famose barricate. Questo disco è stato fonte d'ispirazione per molti gruppi punk di oggi, e a ragion veduta. L’unica cosa che rimprovero a Fat Mike è di lamentarsi di una “scena” che lui stesso ha contribuito a creare.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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