Daft cover

Dafty Punky Trash

Di Gabriele Scanziani, 03.09.14 Il disco della settimana

I Daft Punk sono un interessante duo. Già li avevamo recensiti per l’uscita di Random Access Memories. Credo doveroso parlare anche dei momenti precedenti questo loro ritorno in pompa magna. In particolare, vorrei parlarvi dello spettacolare Homewrok.

Le ceneri da cui (ri)nasce la fenice dei Daft Punk, derivano direttamente da una recensione estremamente negativa. Una di quelle in cui il giornalista è stato così diretto da bollare la prima musica del duo come “dafty punky trash”, letteralmente “spazzatura punk senza senso”. Anziché farsi scoraggiare, il duo pensò bene di utilizzare la definizione del giornalista e trasformarla nel nome di cui oggi tutti parlano. Il positivo dal negativo, la fenice che risorge dalle sue ceneri.



Si tratta di un album pulito e sperimentale allo stesso tempo. Ogni canzone porta alla successiva in un editing ben congeniato. Il mixaggio è fantastico, specialmente considerata la data d’uscita dell’album. La classica colonna sonora di una notte al club.

Parlando del lato produttivo, non è difficile ammettere che questo album ha le linee di basso più sexy e azzeccate che si possano immaginare. Si tratta di una vera e propria lezione sul groove e sul come fare sposare basso e batteria in modo da fare muovere immediatamente chiunque all’ascolto.

La voce è qui usata in maniera ripetitiva, ma senza mai sfociare nel noioso, l’utilizzo di campioni è magistralmente eseguito. È come se i Daft Punk avessero preso spunti da ogni stile di musica Dance conosciuto, li avessero fagocitati facendoli propri e, attraverso l’utilizzo di strutture estremamente semplici, fossero riusciti a reinventare l’approccio al genere. Perché la vera rivoluzione della musica di questo duo francese, sta proprio nell’approccio.

Trovo che i momenti migliori siano quelli che si verificano in prossimità del centro o della fine di dei brani più lunghi del disco, uno su tutti è “Around The World”. È allora che l’ascoltatore si rende conto che è testimone di una variazione unica della durata di sei o anche otto minuti. E in tutto questo tempo non è stato intrattenuto, i due non si sono limitati a fornire un ritmo orecchiabile e che funziona. Hanno creato una canzone, portando il genere tutto ad un nuovo, superiore standard di qualità.



Dopo la lauta sbrodolata di lodi, vi domanderete quali siano i difetti dell’album. Se vi aspettate che inizi ad elencare la lista dei punti negativi di Homework, non trattenete il fiato. Ne vedo troppo pochi anche solo per menzionarli.

Certo, si può fare i precisi e dire che la lunghezza di alcuni pezzi di sicuro non permette una facile trasmissione radiofonica. E da quando questo è considerato un criterio di qualità? Sarebbe come dire che tutta la musica trasmessa in radio è di qualità per il semplice motivo che la trasmettono.

Dunque, in poche parole, si tratta di uno degli album più minimalisti della storia della musica EDM, ma, allo stesso momento, uno di quelli con la struttura compositiva migliore e dal concept senza dubbio più solido. Impossibile apprezzare fino in fondo i Daft Punk senza godersi Homework.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
Scritti: 163 articoli