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Ondubground: Dub Trap

Di Gabriele Scanziani, 17.09.14 Il disco della settimana

Gli Ondubground non sono il classico Sound System. Primo, propongono un approccio nuovo al mondo dub. Secondo, nonostante siano ben nascosti sotto i bassi pieni e avvolgenti, si possono apprezzare i vari rimandi alla french dub degli anni Novanta, caratteristica che mi fa particolarmente apprezzare i lavori di questi due giovani squilibrati.



Dopo una serie di EP disponibili in free download, questi ragazzi hanno attirato la mia attenzione soprattutto per la sapiente mescolanza del dub dal sapore più anziano con alcuni suoni tipici della dubstep e, decisamente, più invasivi. Immaginate di essere degli arredatori di interni e di dover fare incontrare colori come il rosa shocking e il verde pisello nella stessa stanza. Bene, gli Ondubground non solo ci riescono, ma ti fanno apprezzare sfumature di quei colori che non pensavi nemmeno esistessero.



Se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, sarebbe bene non farlo nemmeno con un disco. Difficile estraniarsi vedendo cover come quella di Anaconda di Nicki Minaj, che già suggerisce all’ascoltatore di non aspettarsi particolari capolavori musicali, date le abbondanti terga in bella mostra. Gli Ondubground sanno invece stupire con una cover che lascia presupporre un suono dal piglio dubstep, particolarmente aggressivo. Un suono che conquista le frequenze con pesanti wobble bass, questo mi aspettavo prima che il duo francese mi stupisse soffiando via le mie paranoie tramite la vibrazione dei miei speakers.



Non mancano le collaborazioni importanti, come quella con Jornick Joe Lick in Unlocked, che fa comprendere come verranno utilizzati i suoni più elettronici e quali combinazioni aspettarsi, dalle basslines grasse ed ingombranti al sapiente impiego del delay, tipico del genere.
Altra traccia degna di nota è Never Cut, cantata da Don Adriannos, qui si sente in modo maggiore l’influenza dubstep, specialmente nella scelta dei suoni. Carino il tentativo di dargli un tocco francese attraverso l’uso di una fisarmonica midi, che però suona molto finta dando quasi l’impressione di essere fatta con una tastiera giocattolo della Casio.
La canzone riuscita meglio di questo disco è senza dubbio Ghetto War. Brother Culture tira fuori un ritornello da anthem, come sempre il suo messaggio è sociale, si parla delle continue sparatorie nelle zone povere del mondo e di come la Ghetto Youth, la gioventù dei quartieri più difficili (ndr.), deve cessare la guerra e le violenze. Le variazioni presenti non stancano e Brother Culture fa un ottimo lavoro sia nel testo che nell’interpretazione.

Nel complesso DubTrap è un disco che si ascolta volentieri, non relegato a musica di sottofondo come è il caso di molti dischi dub, ma un album che chiede, anzi pretende, il suo spazio e che domanda il vostro tempo per un viaggio che difficilmente vi deluderà.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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