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Thundamentals: la gioia della scoperta

Di Gabriele Scanziani, 24.09.14 Il disco della settimana

Quando si parla di Hip Hop, chi non conosce la natura del genere immagina facilmente un gruppo di afroamericani arrabbiati e con ben poco da perdere. Nonostante possa essere vero per diversi gruppi, come ogni generalizzazione, è fortemente riduttiva. Non solo il rap non parla esclusivamente di vendite di droga, sesso e collanazze d’oro, ma è anche uno dei veicoli più moderni e diretti della narrativa. Il cosiddetto storytelling consiste proprio in questo: la capacità di raccontare storie in rima, dipingendo situazioni e personaggi con la forza evocativa della musica. Il rapper in grado di far sua la disciplina dello storytelling, incarna la versione odierna del cantastorie medievale, divenuto poi cantautore e, ora, storyteller. È proprio l’impatto di questo tipo di racconto, insieme alla musica, che mi fa amare visceralmente questo genere.



I Thundamentals sono australiani, quindi molto lontani dai quartieri popolari del Bronx e di Brooklyn, dove il rap è nato e cresciuto. Non solo, ma provate a scambiare per statunitense un australiano e questo vi inseguirà armato di ascia. Dunque i Thundamentals sono lontani culturalmente e fisicamente da quel mondo. Lette così, le caratteristiche di questo gruppo lasciano poco spazio a scommesse positive. Eppure, se vi piace il genere, non scommettere su di loro è il più grosso errore che potreste fare.



Attivi dal 2008, con 3 dischi registrati in studio e uno dal vivo, i Thundamentals hanno dal canto loro una forte originalità e l’abilità di mescolare abilmente leggerezza e significato, senza mai eccedere né in un senso né nell’altro. In “Smiles Don’t Lie”, singolo di punta dell’album, il trio rimane leggero come i risvegli primaverili e racconta della cotta, dell’innamoramento irresistibile e di quei momenti in cui pendiamo dal sorriso dell’amata o dell’amato. Il tutto condito da un appeal orecchiabile e pop, che potrà anche far storcere il naso ai puristi, per quello che conta.



“Elephant In The Room”, pezzo dalla struttura decisamente più hip hop e moderna rispetto al precedente, naturalmente anche il testo riflette la diversa natura musicale della traccia. Una calda, accorata e dura critica alla società dell’informazione veloce, in cui tutti sono abituati ad ottenere tutto ciò che vogliono molto in fretta e mai ottengono ciò di cui hanno davvero bisogno: il contatto umano, la gioia delle piccole cose. E quando MC Jeswon si ricorda di vivere in un posto in cui “la gente non si parla nemmeno per mandarsi a quel paese”, non posso fare a meno che riconoscermi in ciò che dice.



Nella seconda metà del disco, subito dopo “Noodle Soup”, c’è “Ghost In The Shell”. La traccia che preferisco in assoluto. La produzione è curata seppur atipica, il testo è il racconto di due ragazzi estremamente diversi ma con problemi simili. Non rivelerò nulla, chi è davvero curioso se lo traduca e chi, per qualsiasi motivo al mondo, non avesse voglia di fare la fatica della traduzione può comunque gustarsi l’incontro armonioso tra metrica e strumentale. Incontro sempre più raro nel rap moderno.



I Thundamentals sono un gruppo da tenere d’occhio soprattutto per due motivi. Il primo si trova nell’originalità del loro approccio, sempre in divenire, mai già sentito ma costantemente riadattato. Paradossalmente è proprio grazie a questo trasformismo costante che è definita la loro identità musicale. Il secondo motivo risiede nell’onestà delle loro canzoni. In un genere i cui valori col tempo sono mutati fino a divenire il manifesto del consumismo e dell’arricchimento facile, rappers che scrivono di ciò che sono, invece di scrivere di ciò che hanno, rappresentano una minoranza.
Probabilmente sono fatto strano ma, a me, le minoranze sono sempre state simpatiche.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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