Cover chuck

Lost Soul: la storia di Chuck Jackson

Di Gabriele Scanziani, 15.10.14 Il disco della settimana

Latta è un buco. Una di quelle cittadine polverose del Sud Carolina, quelle in cui nascere nero è una sfida e crescerci è praticamente impossibile. Nell’ultimo censimento, datato 2000, risulta essere popolata da poco più di 1'400 anime. Nel 1937, Chuck Jackson nasceva proprio in quel buco polveroso.

Chuck è un cantante soul atipico, a lui interessa la musica più delle ragazze e per questo verrà preso in giro costantemente sia dai colleghi che dagli amici. Porta sulle spalle una maledizione Chuck, è l’unico della sua famiglia che è riuscito a sfuggire al Klu Klux Klan. Tempi strani. Tempi in cui, dal ramo di un ciliegio, penzolava un’intera famiglia di afroamericani per la gioia di intere famiglie di bianchi, giunti a godersi lo spettacolo della morte.
Chuck è scappato. Ce l’ha fatta. Si è rifugiato nella musica, il Doo Wop spopolava all’epoca e, con la sua voce, non ebbe difficoltà ad entrare a far parte dei Del-Vikings, noti soprattutto per avere un elemento bianco, quindi considerati il gruppo simbolo dell’integrazione razziale. Negli Stati Uniti tutto è riconducibile ad un colore: o sei bianco o sei nero. Questa dicotomia sbrana e fa a brandelli la musica, divorandola dall’interno.



Chuck canta per vivere ed è felice. Fino a quando si rende conto che i Del-Vikings non lo vedevano come un cantante solista, ma come un semplice elemento del coro. Avevano paura della sua voce. Quindi Chuck lascia tutto ed è a piedi di nuovo, ma rimedia in fretta un contratto per aprire qualche artista importante durante i concerti al celeberrimo Apollo Theatre di New York. Nel 1957, a soli venti anni, apre il leggendario Jackie Wilson. Tra il pubblico c’è anche Luther Dixon, che lavorava con personaggi del calibro di Perry Como, Otis Blackwell e Elvis. Dixon si innamora della voce di Chuck a tal punto che lo presenta a Florence Greensberg, fondatore della Scepter Records. Chuck aveva avuto la spinta che gli serviva.

A volte, però, ciò che vogliamo non arriva. Nonostante il talento, nonostante fosse uno dei pochi cantanti soul che non amava né le prostitute né la bottiglia, nonostante la sua serietà e la passione per la musica gli fecero trascorrere interminabili notti in studio, Chuck Jackson non vide mai il panorama dalla vetta del successo.
 


Il suo più grande successo fu “Any Day Now”, scritta dal duo Bacharach & David. In molti, compreso Wilson Pickett, hanno dichiarato che nessuna voce più grande di quella di Chuck Jackson avrebbe potuto interpretare meglio quella canzone. Tuttavia, ancora un’altra presa in giro del destino, perché fu proprio Ronny Milsap, un bianco che per giunta fa musica country, a portare il pezzo al numero uno delle classifiche americane. Un’altra canzone estremamente sottovalutata, sempre scritta e cantata da Chuck, è stata “I Keep Forgetting”, resa in seguito famosa da David Bowie.



Il soul, al pari del blues e del jazz, è un genere costellato di storie di questo tipo. Successi presi in prestito e vite vissute all’insegna di un talento non proprio, mentre i veri talenti stanno in studio, a registrare quella linea di piano per il cantante con la faccia giusta.
Nessuna storia, tra quelle che conosco, incarna il soul più di quella di Chuck Jackson, il cui enorme talento è servito da serbatoio a chi, di talento, ne è privo.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
Scritti: 163 articoli