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Harold Land e la sua volpe

Di Gabriele Scanziani, 12.11.14 Il disco della settimana

La discografia di Harold Land conta circa 16 dischi registrati da solista e un'infinità di collaborazioni con nomi eccellenti del Jazz come Clifford Brown e Max Roach, Chico Hamilton, Bill Evans, Bobby Hutcherson e moltissimi altri.
Il suo nome è noto e, in The Fox, suo terzo disco da solista, raggiunge e abbraccia la perfezione in molti punti.



A causa della sua decisione di stabilirsi a Los Angeles, è stato a lungo sottovalutato, anche se sarebbe corretto dire snobbato e ignorato. Musicista dallo stile fortemente bop, che più tardi sarebbe stato influenzato molto da John Coltrane, Land nel 1959 aveva un suono più vicino a Sonny Rollins, riconoscibilissimo in questo album. Nel disco lavora con il trombettista Dupree Bolton e il pianista Elmo Hope, eseguendo quattro composizioni maggiori ma poco conosciute di Hope insieme a due opere composte da Land stesso. Il migliore, tra i quattro lavori di Hope, è “One Down”, canzone che chiude il disco.



Essendo un ammiratore sconfinato dell'opera del tardo Sun Ra, non tutto l'hard bop mi appassiona, prediligo il jazz degli anni Sessanta e Settanta, che però abbia un tocco futurista. Nonostante questo disco coincida poco o nulla con il jazz che amo, rimane un'opera straordinaria.

L'influenza di Sonny Rollins si sente tutta e, nonostante la gravità e l'ingombranza della sua musica, non pesa in nessun momento del disco. La linearità di “One Second, Please” può disturbare i palati più avvezzi alla sperimentazione, ma di sicuro non provocherà
nessun retrogusto spiacevole.

Le vere perle nel mondo del jazz, a ben guardare, si trovano sia nelle canzoni che nelle note di copertina del vinile. Non tutti sanno ad esempio che questo fu il primo disco in cui David Axelrod lavorò come produttore, alla tenera età di 23 anni, il che spiegherebbe la presenza massiccia, ma mai ingombrante, delle percussioni nel mix.

L'importanza di quest'album coinvolge quindi due artisti, da un lato Harold Land, grandissimo sassofonista, sconosciuto al grande pubblico poiché di Los Angeles. Dall'altro un giovanissimo Axelrod, nel pieno della costruzione del suo stile. Questo è quanto The Fox può significare ad un feticista musicale come chi scrive, interessante è invece vedere cosa volesse dire il disco per il suo autore. Dando un'altra occhiata dietro il vinile trovo ciò che cerco e leggo che, riassumendo ciò che The Fox significa per lui, Harold ricorda:
 

"I punti forti della sessione sono stati la compatibilità dei musicisti e le composizioni di Elmo. Anche quando ero in Europa nell'estate del 1969, ormai dieci anni dopo, la gente continuava a chiedermi sessioni da questo album. È un disco che ha sempre occupato un posto importante nella mia mente e nel mio cuore”.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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