Rosenberg

Emanuel Rosenberg: ognuno di noi, indipendentemente dal suo stato fisico o psichico, lascia una traccia

Di Manuela Masone, 21.05.15 Palcoscenico: Una vita dietro le quinte

Parlaci del tuo percorso, come sei approdato all’arte integrata?

Parto da molto lontano. Sono cresciuto in Germania in una piccola città dove il teatro non era molto presente. I miei genitori si sono separati quando avevo 14-15 anni, ho vissuto con mio padre che lavorava tanto. In quella solitudine ho scoperto che ciò che mi interessava davvero erano le storie che scoprivo nei film o nei libri. Quando la sera sei solo a casa, attraverso la lettura di un libro puoi viaggiare, non sei più sul letto o sul divano, ma scopri personaggi e luoghi nuovi. In quegli anni hanno acquisito tanta importanza anche le amicizie, le relazioni e in un certo senso sono state la mia salvezza. Poco prima della maturità,  quando esitavo sulla direzione da prendere, ho capito di voler fare teatro. Sentivo che ciò mi avrebbe permesso di riunire due mondi, quello delle relazioni umane e quello delle storie. Mi ero iscritto a Bologna al DAMS (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) ma non ci sono mai arrivato perché nel frattempo un amico mi ha detto che un teatro importante cercava stagisti e, a 19 anni, decisi di presentarmi. Dopo tre mesi di stage sono diventato attrezzista, poi assistente alla regia e nei 4 anni di lavoro successivi, ho maturato l’idea di diventare io stesso teatrante. Ho cercato delle accademie in Germania e in Italia per formarmi ma non trovavo quello che faceva per me.  A Roma, dove avevo deciso di prendere un anno sabbatico, un’amica mi ha parlato della Scuola Dimitri. Mi disse che un clown aveva fondato una scuola di teatro dove la fisicità era molto importante, la recitazione dava spazio all’espressività non solo del viso ma di tutto il corpo. Avevo finalmente trovato il percorso adatto a me.
Al teatro integrato ci sono arrivato un po’ per caso. Quando nel 2009 con la mia famiglia ci siamo trasferiti in Ticino,  Uma Arnese Pozzi, direttrice e fondatrice del teatro DanzAbile, mi ha chiesto se volevo prender parte a una nuova produzione. Ho accettato ma nel frattempo lei è stata chiamata a Ginevra e così ho diretto lo spettacolo. Poco dopo Uma mi ha contattato dicendomi che aveva l’intenzione di trasferirsi a Ginevra e aveva pensato a me per la direzione della compagnia. Ho accettato coinvolgendo anche Laura Cantù in questa nuova esperienza e attualmente lei è direttrice amministrativa della compagnia e PR mentre io mi occupo della direzione artistica.


Orme è un festival di arte integrata. Cosa comporta dal punto di vista degli attori? Non è terapia o riabilitazione ma…

Il teatro integrato per me è l’incontro di persone diversamente abili e persone normodotate. Dall’incontro tra questi due mondi che creano insieme un linguaggio comune nasce il teatro. Questo è il privilegio dell’arte. Questo linguaggio comune in un certo senso è possibile nell’immaginazione e non nella vita reale, perché nella vita reale ci sono sempre dei limiti, degli ostacoli, nell’arte non ci sono ostacoli - a parte magari uno economico ma quello è un altro discorso -  perché idealmente nella fantasia o nella creazione tutto è possibile, poi la realizzazione è un passaggio più difficile che però si riesce normalmente a superare.
Quelli che, come me, hanno avuto a che fare a livello artistico con delle persone diversamente abili, restano colpite dalla profonda umanità che mettono in movimento, scaturita forse dalla necessità di esprimersi. Alcuni handicap in modo particolare tolgono tanti filtri, per cui le persone sono vere, sono sé stesse  sempre e non fingono di essere altro. C’è un livello molto intimo che si sviluppa, molto personale, nel quale ti avvicini a te stesso attraverso l’altro. Diventare consapevoli di sé stessi, dei propri lati forti o deboli e imparare a gestirli è in sé terapeutico.
Cadono le maschere che in teatro si indossano entrando nel ruolo di un personaggio nel quale ci si trasforma. Nel teatro integrato c’è meno mestiere, meno routine e spesso accade che non sono tanto le persone a trasformarsi, ma è la storia stessa che si trasforma attorno a loro. Per questa ragione è così toccante vedere danzare una persona senza gambe oppure lasciarsi sorprendere da una persona solitamente definita come “ritardata” che recita dei testi teatrali senza problemi di memoria perché il teatro è diventato il suo linguaggio, una sua possibilità di espressione.


Quali difficoltà hai incontrato?

Quando abbiamo preso in mano il teatro DanzAbile, con Laura, il nostro scopo era quello di scardinare la barriera che considera il teatro integrato come di nicchia e solo per utenti e persone coinvolte. Non è così perché tutto è legato alla qualità e ciò che è artisticamente buono non dipende dal fatto che in scena ci sia o meno una carrozzina o una persona con un braccio o senza. Il linguaggio si crea insieme, quindi non è una difficoltà avere un braccio o no, è solo un arricchimento, un elemento in più.
La difficoltà di fare teatro in questo momento penso sia la stessa per le compagnie integrate e non. Forse per una compagnia integrata è più difficile ottenere riconoscimento, ma stanno cambiando molte cose. e un buon esempio è il teatro Hora a Zurigo che ha vinto importanti premi e gira nei grandi festival internazionali. C’è quindi maggiore apertura.
In Ticino abbiamo avuto l’opportunità di fondare un festival di arti integrate che si occupa di teatro, danza e musica come altri festival e che ha alla base l’integrazione, facendo sì che l’handicap fosse presente sia attraverso le persone che lo costituiscono ma anche attraverso una tematica specifica.


Orme  -  arte che lascia il segno. Che impressione pensi debba lasciare l’arte. Cosa comunica? C’è una dimensione sociale?

Il nome orme ci piaceva perché ognuno di noi, indipendentemente dal suo stato fisico o psichico, lascia una traccia col suo passato in questa vita, in questa terra. Sulla sabbia una persona in carrozzina lascia una traccia, un’orma, mentre una persona a piedi ne lascia un’altra, così come una sulle mani, una sulle stampelle, un bambino in triciclo … tutti lasciano delle orme e l’arte lascia un segno: quando l’arte smuove, stimola o tocca, lascia qualcosa nelle persone ed è questa l’idea dell’Orme festival, quella di arte che lascia il segno.
Trovo che l’arte e la cultura in generale stimolino a pensare e siano ambasciatrici del buonsenso. Quando si lascia dominare tutto dall’essere redditizio, dall’interesse, dall’economia, dal potere, il buonsenso è uno dei primi elementi che viene perso, invece è proprio l’elemento che rende possibile la convivenza, lo stare insieme. Lavorando o agendo sempre secondo un criterio di potere, continueranno ad esserci pochi privilegiati che stanno bene e molte persone invece che stanno male. La cultura è la leva o l’arma più forte che esista contro ciò.
Gli schiavi cantavano, ballavano, ci sono tantissimi esempi dove l’arte e la cultura sono l’arma del debole, la dimensione sociale a mio parere nell’arte è questa. Il fattore sociale per me è intrinseco, non esiste arte a sé stante. L’arte è una forma di atteggiamento sociale propositivo e il teatro è anche politico. Si tratta di una forma di propagazione del  buonsenso, non dicendo che le cose stanno in tal modo punto e basta, ma proponendo degli aspetti che riteniamo importanti e validi o dei valori per cui vale la pena impegnarsi e lottare.
Per me il teatro non è un virtuosismo, non un fattore di egocentrismo anche se chiaramente per avere il coraggio di andare in scena ci vuole un po’ di protagonismo. Il teatro è un’arte comunicativa: sia in fase di creazione che in scena si è sempre vivi, presenti nell'istante. La bellezza di spettacolo teatrale sta nel fatto che vive insieme al pubblico, si trasforma, invecchia insieme alle persone, ha un suo rodaggio, è come un bambino che cresce.  


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