Paola

Paola Tripoli: il teatro fa bene all’anima, è arte, e l'arte fa star bene

Di Manuela Masone, 20.10.15 Palcoscenico: Una vita dietro le quinte

Come è nata la tua passione per il teatro e come sono stati gli inizi?

Così non vale, se rispondo con sincerità, sarò costretta a svelarti la mia età! Scherzi a parte, in realtà chi mi conosce sa che da tempo, ho lasciato che i miei capelli imbiancassero, lasciando spazio alla natura che mi ha voluta brizzolata sin da giovane, come mio papà. Detto questo, la passione per il teatro è iniziata per caso. Mi è capitato di vedere uno spettacolo teatrale in un piccolissimo cinema indipendente e da lì è scattato il click.
A 14 anni ho preso sacco a pelo e in autostop ho raggiunto Santarcangelo di Romagna, nel 1978, dove solo 7 anni prima era iniziato quello che in Italia, ma anche in Europa, in quegli anni, era il festival dei festival: Santarcangelo dei Teatri - Festival Internazionale del Teatro in Piazza. Chiunque sia passato da lì, soprattutto in quegli anni, è condannato, ancora oggi come me, ad essere teatro-addicted.


Secondo te, qual è il legame del teatro con la cultura e più in generale con la vita?

Le parole sono convenzioni e come tali tendono a modificare il loro significato. Quindi teatro e cultura sono due parole che cambiano. Cambiano in relazione al tempo in cui la domanda viene posta, al luogo come collocazione geografica, ai nuclei sociali che si relazionano. Diciamo che oggi è abbastanza difficile rispondere universalmente a questa domanda. Se dico che il teatro è cultura, non tutti saranno disposti ad essere d’accordo con me. E forse ancora meno se dico che il teatro è vita.
Io sono dell’idea che la vita tutta è teatro e con essa molti fenomeni sociali. Una partita di calcio, una celebrazione religiosa, le processioni, le riunioni assembleari, facebook. Ho una visione poco “ortodossa” del teatro. Non me ne vorranno i puristi del teatro, ma nonostante noi, il concetto di teatro si è allargato e ben vengano coloro, tra i teatranti, che riescono a coinvolgere i nuovi pubblici.
Detto questo, il teatro, nelle varie declinazioni possibili, certo che fa bene all’anima, è arte, e l'arte fa star bene.

Il teatro che amo vedere e programmare, da undici edizioni al FIT Festival Internazionale del Teatro e della scena contemporanea è un appuntamento che è diventato punto di riferimento per l’innovazione e per i nuovi linguaggi artistici , fa i conti con questa visione. Così come quello che amo fare con Officina Orsi, label artistica che produce istallazioni teatrali e spettacoli.
Aggiungo di più però, come ho già avuto modo di dire in un’intervista, che non solo la leggerezza e l’intrattenimento, genera felicità. Il teatro ha una funzione pubblica. Mi piace usare le parole di un collega, Massimiliano Civica che, alzando il tiro, in occasione di una discussione sul senso di fare o organizzare teatro  ha detto: “Il teatro in qualche modo, è equiparato alla scuola, ai musei e, anche e perfino, alla sanità pubblica: il teatro serve a fare stare meglio l’anima. Queste sono tutte attività in perdita economica ma che fanno sì che una civiltà sia tale. Cioè inclusiva, solidale, compassionevole: il contrario dello stato di natura, dove vige la legge del più forte”.
Roberto Rossellini diceva: “Secondo il mio ideale l’arte deve aiutare gli uomini ad appassionarsi con letizia ai loro problemi, deve spronarli ad identificarsi con essi cosicché abbiano il senso di ciò che sono: eroi”.

Più saremo “eroici” e più la nostra idea di cultura potrà trarre giovamento.


Come sei approdata al FIT, quali cambiamenti hai notato in questi anni: è cambiato il teatro? È cambiato il pubblico? In un mondo che diventa sempre più tecnologico, c'è ancora spazio per il teatro?

Sono approdata al FIT nel 2002. Avevo preso un anno sabbatico dal mio lavoro come giornalista che si occupava di cultura e ho iniziato un viaggio. A Lugano ho conosciuto Vania Luraschi e insieme abbiamo deciso di riprendere un cammino, quello del festival, che si era interrotto sette anni prima. Davanti ad una tazza di tea, con la passione e l’incoscienza dei folli che ci contraddistingue, abbiamo messo in moto di nuovo la macchina! In teatro si dice: the show must go on e noi abbiamo detto: il FIT must go on.

Il teatro è cambiato, certo. Certo, cambia con una velocità diversa rispetto alla rapidità con cui cambia la vita. E questo spesso crea una discrasia, nel senso letterale dal greco: una cattiva mescolanza. Ecco perché spesso il teatro va da una parte e il pubblico dall’altra. Questo non vuol dire che bisogna assecondare le richieste del pubblico, ma piuttosto che bisogna stimolarlo, magari con linguaggi nuovi e contemporanei. Renderlo partecipe o partecipativo. Che lo si faccia con una performance, un’istallazione teatrale o il teatro di regia e di testo, il modo in cui lo si fa e l’intelligenza dell’artista fa la differenza.
A questo punto alla domanda: se oggi c’è ancora posto per il teatro, rispondo senza dubbio: sì, perché per la vita c’è sempre posto! Con il mio desiderio che gli artisti aprano la mente e il cuore e siano disposti a mettersi in gioco.

 

Trovi che ci sia maggiore sostegno economico a favore del teatro o è comunque difficile per una compagnia o per un attore vivere della propria arte?

Non trovo che le politiche di sostegno al teatro, soprattutto indipendente, siano cambiate. Non almeno negli ultimi dieci anni. Il livello nazionale ha sempre mostrato grosso interesse e attenzione per lo sviluppo e la tutela degli artisti e del teatro. Certo bisogna conoscere i meccanismi e rispettare le regole. Cosa che io apprezzo oltre misura. Ho trovato, per esempio,  che la chiarezza con cui si muove Pro Helvetia, Fondazione svizzera per la cultura, sia “rilassante” e chiara. Preferisco un no esplicito, ad un sì ambivalente. Entrambe le risposte aiutano l`artista.

A livello cantonale aspettiamo di capire cosa succederà con i cambiamenti che deriveranno dalla nuova legge sulla cultura. Alcune delle richieste avanzate dagli artisti come contributo, pare abbiano trovato spazio, ma molti altri invece sono stati rispediti al mittente. Bisognerà aspettare e sperare in una buona stella!
Trovo che l’atteggiamento più giusto nei confronti delle istituzioni sia quello di collaborazione e apertura. Alzare barricate a priori non ha molto senso, fermo restando che il confronto deve essere reale e di reciproca stima .

Detto questo è, e sempre sarà così: vivere facendo gli artisti è straordinariamente difficile!  Questo, spesso, indipendentemente dal talento o dalla dedizione e qualità del lavoro.

Chissà perchè in tanti ancora pensano che non è un mestiere il nostro e spesso accade che ci chiedano: Che mestiere fai? L’artista. Sì, ma cosa fai per vivere? E più a sud si va e più questa domanda diventa ricorrente. Questo in Svizzera è abbastanza evidente. Bisognerebbe riflettere. Se la gente ritiene ancora che fare l’artista non sia un mestiere, forse la colpa non è degli artisti, ma di una società, di istituzioni, che non attribuiscono agli artisti un ruolo.

Far star bene l’anima crea cittadini migliori.


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