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Non sposate le mie figlie!

Di Peppo, 07.12.15 24 Fotogrammi

Ricordate il celeberrimo filmIndovina chi viene a cena?, dove Katharine Hepburn e Spencer Tracy fanno la parte di due genitori di una famiglia agiata di San Francisco e ricevono per cena a sorpresa il nuovo fidanzato della figlia, un medico afroamericano delle Hawaii? Era il 1967 e dopo quasi cinquanta anni il tema del razzismo e dell’integrazione ritorna sullo schermo ma questa volta in Francia, paese in cui la multiculturalità ne riflette la storia.

Siamo nel 2014, anno in cui è arrivato nelle sale il nostro film. Sullo sfondo una famiglia borghese di sessantenni cattolici e gollisti, una bellissima casa nelle campagne francesi a fare da rifugio nei momenti difficili e per così dire “intolleranti”, quattro figlie tutte diverse tra loro ed un unico cruccio: “Cosa abbiamo mai fatto al buon Dio? (titolo originale Qu'est-ce qu'on a fait au Bon Dieu?) per meritare questo, si chiedono Claude, affermato notaio, e Marie Vernuil una casalinga disperata, cattolicissima e profondamente conservatrice a cui non va proprio giù che le sue figlie abbiano sposato tre uomini di religioni e culture diverse.

Dovete infatti sapere che la famiglia di Claude e Marie Verneuil è composta da quattro donne belle, realizzate, indipendenti e da maritare. Le prime tre convolano a nozze a distanza di un anno una dall'altra: la prima sposa un algerino, la seconda un ebreo israeliano, la terza un cinese. L'ultima, ancora single e nella quale i genitori riponevano tutte le speranze di darle per marito un francese, finirà per sposare un ivoriano.

Ed arriviamo subito al tema centrale del film, l’accettazione del diverso tout court, vale a dire dei diversi modi di vedere la vita, della diversa ironia spesso non colta dai multietnici membri della famiglia in quanto retaggio delle differenti culture che sono rappresentate dai quattro consorti delle figlie, e del diverso modo di sbarcare il lunario (si noti come a tutti i mariti viene assegnato un lavoro rispettoso ed economicamente appagante). E per affrontare una tematica a prima vista ostica tutta la pellicola è intrisa di ironia, dove i costumi e le usanze di ogni genero (c’è una scena ironica e a tratti irriverente che ha come protagonista il prepuzio del nipotino ebraico dei signori Vernuil o ancora il matrimonio bizzarro fatto di pietanze e celebrazioni non proprio francesi preteso dal consuocero ivoriano) vengono dapprima ridicolizzate non solo dai signori Vernuil, francesi non di adozione ma di nascita, ma anche dagli stessi mariti delle figlie, che nonostante si riconoscano anche loro francesi a tutti gli effetti (lo spirito di appartenenza alla madre patria viene esaltato da un corale canto della marsigliese con tanto di mano al petto) non perdono mai l’occasione per esaltare le loro culture di appartenenza. Vedremo che alla fine tutto l’astio che si crea per due terzi della pellicola finirà per svanire davanti a qualche bottiglia di vino francese.



Il risultato è una commedia che gioca sulla differenza, sull’altro, sulla religione, sul razzismo e naturalmente sui matrimoni misti, rivolgendosi ai comunisti e ai gollisti, affrontando apertamente questioni sociali come immigrazione e integrazione, antisemitismo e globalizzazione, elementi di scottante attualità nella società francese, in cui l’utopia della totale integrazione sembra sgretolarsi in un istante davanti alle vicende che l’hanno vista purtroppo protagonista negli ultimi giorni. 
 


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