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Quando il pieno ci fa sorridere. In parte

Di Peppo, 20.01.16 Curiosando

Complice il rallentamento dell’economia cinese e dei Paesi emergenti ed a causa delle tensioni che si sono create tra i Paesi arabi e gli USA, negli ultimi tempi la caduta del prezzo del greggio non sembra arrestarsi scendendo negli ultimi giorni a quota 30 dollari al barile, un valore che fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe mai potuto immaginare e che non è mai stato così basso dal 2004.

Ma cosa comporta questo? A livello territoriale abbiamo notato come il prezzo del carburante al distributore è calato visibilmente; e lo stesso vale per l’olio combustibile utilizzato per il riscaldamento. Molti hanno scelto infatti di pagare in anticipo il prossimo rifornimento al fine di ottenere un prezzo vantaggioso, riuscendo a risparmiare non poco rispetto agli stessi mesi invernali dello scorso anno.  

Dando invece uno sguardo a livello globale, nonostante le maggiori compagnie aeree e di trasporto abbiano delle notevoli scorte di cherosene in stock, i prezzi e le tariffe iniziano a calare solo lentamente. Questo è dovuto al fatto che quasi tutte le compagnie di bandiera e low cost opzionano l’acquisto del carburante molto tempo prima al fine di garantirsi l’approvvigionamento che necessitano. Va da sé pertanto che con molta probabilità riusciremo ad acquistare un biglietto aereo più a buon mercato nei prossimi mesi rispetto ad oggi.

Questo è quello che appare agli occhi dei clienti che gioiscono. Ma purtroppo ci sono altri punti di vista meno felici. Come quello dei lavoratori della Bp (British Petroleum). La compagnia inglese ha annunciato infatti che, nei prossimi 2 anni, taglierà 4 mila posti di lavoro nel settore dell’esplorazione e della produzione di greggio. Si rischia una forte emorragia di lavoratori anche negli Stati Uniti dove in bilico ci sono le tante società che negli anni passati hanno investito una montagna di dollari per estrarre il petrolio dagli scisti argillosi - petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce -.
Quello che emerge pertanto è un settore che, se il prezzo si manterrà basso ancora per lungo, rischia il crac, finendo per portare ad una riduzione sostanziale degli investimenti come ha fatto la brasiliana Petrobras che da qui al 2019 li ha tagliati di 32 miliardi di dollari.

Immagine: Flickr.com - Steven Jenkins 

Anche la Russia non se la passa meglio. Agli inizi del 2014 l’economia russa stava crescendo di circa l’1,5 per cento rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo il presidente Vladimir Putin si stava preparando per le olimpiadi invernali di Sochi, che si sarebbero tenute da lì a poco meno di un mese. Ma poi nel giro di 12 mesi tutto è cambiato. L’economia russa è andata in crisi: le sanzioni imposte dall’Occidente per le interferenze russe nella crisi in Ucraina hanno cominciato a farsi sentire, e ancora di più, oggi, si sta facendo sentire il crollo del prezzo del petrolio. Il suo bilancio pubblico è «sostenibile con i prezzi del petrolio a 82 dollari al barile», ha detto il ministro delle Finanze Anton Siluanov che si prepara a tagliare la spesa.

Al contrario invece per «i paesi manifatturieri come la Germania e l’Italia il petrolio basso è una buona notizia - dice l’economista Daveri - a patto che resti stabile almeno per un po’». Ed infine sul fornte americano il petrolio low-cost ha due facce. Tremano i produttori locali, ma i consumi interni vengono spinti al rialzo. Cercando di lasciarsi alle spalle il diesel gate di Volkswagen, e non solo.


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