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La psicologia delle emoticon

Di Emiliano Zonno, 16.03.16 Curiosando

Ammettiamolo, siamo in tanti, a prescindere dall’età, sesso, razza o estrazione sociale, a “farcire” ogni testo nei messaggi o post sui social network con smiley, cuori, stelle e altro. In principio furono i graffiti, poi vennero i geroglifici e i murales e infine approdarono le emoticon e le emoji. Disegni al posto delle parole, la scrittura passa sempre più attraverso immagini codificate che riproducono oggetti della realtà ed espressioni facciali, meglio conosciute come emoji ed emoticon. Hanno ormai preso il sopravvento sul nostro modo di comunicare.

Immagine: www.flickr.com - wewiorka_wagner

Durante una conversazione, spesso senza che neanche ce ne accorgiamo, imitiamo le espressioni o emozioni altrui. Questo contagio emotivo è parte importante del nostro modo di mostrare empatia e costruire relazioni. Alcuni studi hanno osservato che guardando una faccina sorridente, alcune parti del cervello si attivano come quando siamo di fronte ad un volto umano. Il nostro umore cambia e, paradossalmente, ci capita di modificare la nostra espressione facciale abbinandola a quella dell'emoticon.

Con l’avvento delle emoticon il nostro cervello si è dovuto adattare a questo nuovo modo di comunicare. Elaborate dal cervello come informazioni non verbali, le immagini diventano così strumenti di comunicazione emozionale altrettanto importanti che le parole, poiché hanno il ruolo del tono di voce al telefono o dei gesti nella comunicazione faccia a faccia.

Immagine www.flickr.com - Jessie Scott

Nell’interazione face-to–face, infatti, riceviamo costantemente dal nostro interlocutore feedback che forniscono un gran numero di informazioni non verbali. Nel testo invece le stesse parole potrebbero trasmettere significati diversi. Compito delle emoticons è quello di ridurre l'ambiguità, rendendo la comunicazione inequivocabile. Già le "vecchie emoticon", fatte solo di segni presenti su una macchina da scrivere come ), :, =, -, nacquero con l'esigenza di segnalare emozioni come la rabbia, il disappunto, l'ironia. Oggi questo strumento di comunicazione sembra essere necessario. Apostrofare il nostro interlocutore con un termine riconosciuto socialmente come offensivo, ad esempio, ha un effetto negativo sulla persona che  lo riceve anche se sa che chi lo scrive non lo pensa veramente; l'aggiunta però di una faccina che sorride non lascia alcun dubbio circa l'ironica e pacifica intenzione del mittente.

Risultano all'avanguardia le parole di Leopardi, due secoli fa, ne Lo Zibaldone, quasi a credere che già avesse previsto tutto: "Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere e significare con i segni, come fanno i cinesi"


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