Fare

Si può fare

Di Manuela Masone, 14.03.16 24 Fotogrammi

Si può fare è uno di quei film che ti strappano dei sorrisi, ti fanno scendere qualche lacrima, mostrando un altro punto di vista sulla realtà. In un mondo dove il confine fra la "normalità" e la follia è sempre più labile, fino al punto da chiederci "Ma cos'è follia? Cos'è normalità?", gli spunti di riflessione proposti dal regista, Giulio Manfredonia, sono più che mai attuali.

Sono gli anni '80 e in Italia è entrata in vigore la legge che decreta la chiusura degli ospedali psichiatrici, comunemente chiamati manicomi. Nascono così delle cooperative sociali con lo scopo di dare lavoro alle persone dimesse.

Nello (Claudio Bisio), un sindacalista scomodo dai grandi e bislacchi ideali, viene "promosso" a direttore della Cooperativa 180. Pur non conoscendo per nulla questo tipo di ambiente, presto si rende conto che in realtà i lavori affidati agli ospiti della struttura, non servono praticamente a nulla e sono alienanti. Fidandosi del suo istinto e contro l'opinione del medico che segue questi pazienti, Nello affiancato dal Dr. Furlan (Giuseppe Battiston), sostituisce i lavoretti con una vera e propria attività: l'istallazione di parquet negli edifici. La scelta dell'attività e tutte le decisioni che verranno prese in seguito, sono affidate all'intera cooperativa. Ogni membro potrà infatti condividere le proprie idee, approvare o rifiutare le decisioni e tutto verrà considerato in maniera democratica. Ciò che però porterà a scene divertenti, ma anche cariche di umanità sono i vari personaggi, ognuno affetto da patologie differenti e quindi con una visione completamente diversa delle cose. 

L'esperienza di rendere responsabile ciascuno e di affidare a tutti un vero compito, a seconda delle capacità, sembra funzionare e l'attività inizia ad essere redditizia, nonostante tutto. Anche i vari membri della cooperativa sembrano aver trovato un insperato equilibrio nell'ordinaria follia, ma un evento drammatico metterà a seria prova l'intero progetto.

Un grande apprezzamento al cast per la credibilità nell'interpretazione dei vari personaggi che hanno saputo rendere tanto strani quanto umani. Ne emergono la capacità di amicizia e di amore, la creatività e anche una certa "saggezza" di vita, che a molti secondo me manca. Il contrasto con i cosiddetti "normali", che tanto normali non sono, poiché sono capaci di pregiudizio, cattiveria ed egoismo, a volte diventa stridente, tanto da chiedersi: ma chi fra loro è più umano?


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