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Wristcutters: una storia d’amore

Di Cecilia Benassi, 22.04.13 24 Fotogrammi

“Essere morti non significa smettere di vivere” è la sinossi in una riga di questo film delicato e inusuale. È Zia, il protagonista del film, a riempire col suo vuoto i primi fotogrammi della pellicola. In una mattina silenziosa e claustrofobica Zia si alza dal letto, pulisce e riordina la stanza, indossa la camicia e si taglia le vene. Esasperato dall’assediante male di vivere decide di farla finita aspettandosi di trovare finalmente sollievo. Ma si ritrova invece in un aldilà non molto diverso dalla vita precedente, solo un po’ peggio: un mondo grigio, “sbeccato” e abbandonato nel quale si aggirano le spettrali sagome di tanti “hollow men”, tutti lì per scontare il proprio gesto suicida.

Spiega il regista: “Tutti gli esterni del film sono luoghi reali nei dintorni di Los Angeles. Come indicazione generale, ho suggerito agli scenografi di immaginare un ambiente in cui ogni oggetto, ogni macchina, ogni abitazione fosse quella che nessuno vorrebbe. (…) Era importante dare la sensazione che suicidandosi i personaggi non avessero ottenuto nulla, se non di essere finiti in una situazione ancora peggiore”. Il fatto incredibile è che i personaggi si ritrovano in questo bieco aldilà avendo perso tutto della loro vita precedente (gli amici, la famiglia, i fidanzati, la casa e i luoghi amati…) eccetto, probabilmente, quell’unica cosa di cui avrebbero voluto veramente liberarsi: il loro desiderio. Quella cosa che portano dentro e che li lascia insoddisfatti di fronte a tutto quello che non si presenti come risposta piena e fedele alla totalità del loro anelito. Perdono tutto, ma non perdono il cuore, e questo struggimento ineliminabile che li costringe a cercare, a tendere a qualcosa, a desiderare.



Tre sconosciuti (Zia, Eugene e Mikal) si incontrano in questo mondo in cui tutti sono morti  e, dice il trailer, scoprono qualcosa per cui vivere. Innanzitutto diventano amici, si affezionano l’un l’altro, si aiutano e si sostengono nelle loro ricerche. E così il film, che si apre con una morte e, dunque, con una chiusura, diventa un road movie attraverso un singolare purgatorio, dove scoprono che essere morti non significa necessariamente smettere di vivere. E dove si accorgono che continuare a vivere è continuare a cercare.

Età: dai 16/18 anni

Dedicato a chi ha il coraggio delle domande senza scampo, come il fratellino di Eugene che, in piedi sul tavolo con il cappio al collo, dice al fratello: “Lo chiedo a te perché sei la persona più intelligente che conosca: o mi dici che senso ha tutto questo e qual è il significato della vita o mi butto”. Eugene: “Scendi dal tavolo”. Il fratellino: “Non prima che tu mi abbia dato le ragioni per cui vale la pena vivere”.


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