Moondog copert

Moondog: H'art Songs

Di Gabriele Scanziani, 05.06.13 Il disco della settimana

È bene che vi avverta subito, quella di Moondog è musica particolare e, di sicuro, non è per tutti. Non perché il suo approccio sia elitario o perché ci voglia chissà quale cultura per apprezzarlo ma, più semplicemente, perché non si è mai preoccupato di ingraziarsi il pubblico. Se ci pensate è giusto così, l'artista comunica usando un linguaggio proprio e personale, non ha quindi nessun senso volerlo rendere universale. Perfino le opere d'arte riconosciute da tutti come capolavori danno sensazioni diverse, dunque a quale scopo volerle standardizzare?

Ora che siete stati avvertiti, prima ancora di parlare del disco, vorrei raccontarvi brevemente qualcosa di questo eccezionale personaggio. Moondog nasce il 26 maggio 1916 con il nome di Louis Thomas Hardin, inizia a suonare strumenti a percussione da quando aveva 5 anni e all'età di 16 anni perde la vista in un incidente avvenuto in una fattoria ad Hurley in Virginia. Nonostante la totale cecità, Moondog seguita a fare musica e, verso la fine degli anni Quaranta, si trasferisce a New York dove sceglie di fare l'artista di strada. Si esibisce come musicista e poeta tra la 53esima strada e la Sixth Avenue, dalle parti di Manhattan. Amava vestirsi in maniera non convenzionale indossando spesso un elmo nordico con delle corna e proprio per il suo stile di abbigliamento particolare i newyorkesi lo avevano soprannominato il "Vichingo della Sixth Avenue".



Per quanto riguarda il disco, il secondo pezzo, a mio parere uno dei più belli, è "High On A Rocky Ledge", ballad di piano che narra la storia d'amore con una ragazza, una Mädel come la chiama lo stesso Moondog, un amore folle, musicato in crescendo come se si trattasse della sigla di un film di Terry Gilliam. Rispetto al resto del disco, è probabilmente la canzone che più si distingue sia per l'atmosfera che per la composizione.

È incredibile come in quest' album riesce a raggiungere una dimensione a cavallo tra sogno e realtà, un po' come fa con tutta la sua musica. "I'm In The World" è una sorta di manifesto della sua presenza su questo pianeta, il pezzo ha questo disarmante giro di piano che sembra quasi una presa in giro, creando il contrasto vincente fra la musicalità da "canzonetta" e un testo che è una vera e propria poesia. L'intento del testo è chiaro già dall'opening verse: "I'm in the world, where young and old are bought and sold, but I'm not of it".

Il pianoforte è il protagonista di tutto l'album, con melodie crescenti, spesso quasi in dissonanza, giri che accompagnano parole che giocano con l'ascoltatore come se volessero buggerarlo. L'album, uscito nel 1978, presenta pezzi come "Enough About Human Rights", con lyrics in cui moondog manifesta la stanchezza di sentire parlare di diritti umani e si chiede come mai non si parli anche dei diritti di piante, germi, vermi, talpe, balene, api e delle altre creature del pianeta. La forza sta nella struttura dei suoi testi, ai limiti della filastrocca.

L'apice di quest'attitudine arriva con la traccia "I'm this, I'm that", letteralmente "sono questo, sono quello", dove Moondog si definisce come ogni cosa e il suo contrario: "I'm best, I'm worst; I'm blessed, I'm cursed; I'm false, I'm true; I'm I, I'm you!". La cosa più bella è che gioca con l'ascoltatore, facendogli credere che stia giocando, quando in realtà è estremamente serio, sia musicalmente che nei testi.

Questo disco, come tutto il suono di Moondog, mi rimanda ad un solo aggettivo che potrebbe descriverlo in maniera discreta: unico.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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