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Rossini? Il mio primo amore

Di Luca Giovanni Ricci, 06.06.13 Palcoscenico: Una vita dietro le quinte

Quando ha capito che la recitazione sarebbe stata la sua vita?
“A sei anni fui portata da mio padre al teatro S. Carlo di Napoli, un teatro lirico meraviglioso, a vedere Il Barbiere di Siviglia, una vicenda allegra, felice e colorata. Rimasi affascinata e capii che la mia vita sarebbe stata al di là di quel sipario rosso. Quella era l’unica cosa che avrei potuto fare. Da subito iniziai ad inscenare operette con le mie sorelle e amici che truccavo e vestivo. A diciotto anni decisi di andare a Roma per entrare nell’Accademia di teatro. Mio padre, da buon preside e professore di lettere meridionale, mi disse che non se ne sarebbe parlato proprio. Allora presi le mie cose e, come in un racconto ottocentesco, scappai di casa. Mi iscrissi all’accademia, vinsi la borsa di studio e studiai per tre anni con i migliori registi, vivendo con 70.000 lire al mese, oggi circa 200 euro”.

Forse il fattore storico fa molto? Oggi con 200 euro si muore di fame.
“Certo! Sicuramente le congiunture economiche erano diverse ma penso che la forza, la felicità, senza escludere la sofferenza, che ti dà il fare un lavoro nel quale ti senti realizzato e nel quale ti riconosci valgano la pena. Se si ha un punto nella vita è molto più facile affrontare i problemi che sorgono per raggiungerlo”.

Al giorno d’oggi come vede il futuro del teatro?
“A malincuore penso che sia una cosa destinata a morire o perlomeno a riguardare sempre meno persone. Penso che, riguardo il mio lavoro, attualmente ci sia molta confusione. C’è molta differenza tra chi desidera incominciare adesso e chi ha iniziato a farlo come me. A volte dei ragazzi mi dicono di voler fare gli attori ed io chiedo loro: ‘Cosa, come’? Mi rispondono: ‘Mah! Non so, anche il presentatore o la fiction’. Sento che questo non ha niente a che vedere con il motivo per cui io e molti altri abbiamo iniziato a fare teatro, col fatto che abbiamo sempre pensato a questo luogo silenzioso, dove degli esseri umani si trovano di fronte ad altri esseri umani, nel quale regna una sorta di sospensione della realtà dove questi due elementi s’incontrano e inizia uno scambio di un ‘qualche cosa’ che in altri luoghi non si trova: emozioni, pensieri, addirittura qualche cosa di fisico”.

In che senso qualcosa di fisico?
“Quando siamo sopra il palcoscenico cerchiamo, anche se a volte non capita, con una forte concentrazione, con un forte desiderio di comunicare e con grande intensità, di riuscire a formare un unico respiro con chi abbiamo davanti. È uno dei doni più grandi che si possano dare o ricevere. Sento subito quando sto facendo una cosa buona, d’un tratto spariscono tutti i vari brusii, colpi di tosse, la gente che continua a muoversi si ferma, allora vuol dire che ci sei riuscito, l’hai rapito, hai sedotto il pubblico. In questo senso possiamo paragonare il lavoro dell’attore a quello di un incantatore di serpenti. Se riusciamo a far respirare il pubblico con lo stesso respiro nostro, vuol dire che la partita è vinta e queste persone tornano a casa, non tutti chiaramente, con qualcosa in più. Penso che questo valga per tutta l’arte. Io sono un’attrice anche se non mi reputo un’artista, mi definirei più un’artigiana”.

Quanto influisce la scelta dello spettacolo per far sì che questa sintonia avvenga?
"Il mio compito è di far passare le parole di persone più brave di me. Farle passare dentro di me, attraverso me. Arricchirle e modificarle con quella che sono io, la mia esperienza, la mia vita per poi passarle ad altri.
Non si tratta di un lavoro narcisistico, almeno per me. Tanti lo fanno per la platea, i giornali, il denaro, la popolarità e a volte a discapito della qualità. Non sono portata per le fiction, le telenovele o per gli spettacoli scritti male. Credo fermamente nella parola, nella bravura degli scrittori. Anche nel cinema ho sempre cercato di fare delle cose buone, ho recitato con Adinolfi in Viva la libertà, con Sorrentino ne Il Divo dove facevo la moglie di Andreotti e ne Il Postino con Troisi. Quello che mi interessava era di lavorare con persone che avessero delle cose da dire. A volte mi è capitato di fare qualche cosa per soldi, ma non mi sono piaciuta; in fin dei conti quello che vorrei è poter tornare a casa la sera, guardarmi allo specchio riconoscermi e non provare disprezzo di me stessa".

Per lei che sta sotto il riflettore, che differenza c’è tra cinema e teatro?
“In parole povere: Una attore cinematografico è più nelle mani del regista che è quello che decide. Ti ha fatto un primo piano e tu pensi di essere andata benissimo, ma siccome la luce non era quella giusta, secondo il regista, quella scena viene cambiata con un'altra dove la luce è giusta ma tu pensi di essere stata meno brava di prima. In poche parole nel cinema l’attore ha un potere limitato.
Nel teatro è diverso, c’è sì un regista che ti dà uno stile in base allo studio che ha fatto sul testo, ma quando sali sul palcoscenico non c’è più nessuno, ci se solo tu. Toni Servillo amava citare la frase di Marlon Brando: ‘Il teatro è dell’attore, il cinema del regista, la televisione dei residui’”.


Non ho mai vissuto nello stesso posto per più di sei anni. Adattarmi è stata una necessità. Arricchirmi...un piacere! Ho studiato Filosofia e Teologia a Roma. Mi piace tenermi informato e ascoltare le persone che stimo.

luca.ricci@lugano.ch
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