Dal film 3

Bianca come il latte, rossa come il sangue

Di Cecilia Benassi, 24.05.13 24 Fotogrammi

Qualsiasi parola che si voglia dire su questo film deve per forza misurarsi con lo storico dibattito sul rapporto tra opera letteraria e film. Se il film viene paragonato con l’opera letteraria che lo ispira, stiamo certi che troveremo una sovrabbondanza di obiezioni. Bianca come il latte rossa come il sangue di Giacomo Campiotti proviene da un libro che è arrivato recentemente come piacevole sorpresa, a portare una attesa ventata di umanità e bellezza nella letteratura contemporanea italiana, con Alessandro D’Avenia, il già amato “profduepuntozero” (blog), come autore.

Aggireremo l’ostacolo del rapporto film-libro con un’affermazione: non ci interessano confronti, soprattutto perché le due arti, cinema e letteratura, parlano due lingue diverse e, per comunicare un medesimo contenuto, usano strumenti radicalmente diversi.

Ma se ci chiederanno un’opinione sulla pellicola Bianca come il latte rossa come il sangue uscita nel 2013 nelle sale italiane, diremo che siamo felici e grati di questo film semplice, di fattura buona ma non eccellente, che con una ricca manciata di coraggio si prende felicemente la responsabilità di parlare della giovinezza evitando luoghi comuni e dinamiche preimpostate. Esso ci offre ragazzi e ragazze in carne ed ossa, giovani veri che amano, soffrono, vivono l’amicizia, bigiano la scuola, si confrontano con i professori, si chiedono se Dio esiste e se può rispondere alla loro domanda di felicità… ma soprattutto ragazzi che non si fermano alla superficie immediata di tutti questi sentimenti e quesiti, decidendo di imboccare la più faticosa e più vera strada di quella ricerca e di quell’approfondimento che li porterà, prima o poi, attraverso il dolore e la pazienza, nel mezzo di una verità. I personaggi che vengono raccontati sono adolescenti ricchi e complessi, che sono in un medesimo tempo forti e ingenui, aperti all’imprevisto e anche fragili – resi vulnerabili dalla stessa intensità dei loro sentimenti appassionati – ma allo stesso tempo pieni di coraggio.

Lo stesso regista dichiarerà in occasione di un’intervista, di essere cosciente del rischio del giovanilismo nel trattare un periodo ricco e delicato come è quello dell’adolescenza e di aver “cercato un approccio sincero partendo da un libro che contiene delle verità, che ha il coraggio di dire che gli adolescenti non sono tutti degli imbecilli, che tocca degli argomenti profondi, ‘da dove vengo?, dove vado?, esiste Dio?, perché c’è la morte?, perché c’è il dolore?’”. E bisogna ammettere che sia il regista sia lo scrittore sfuggono sapientemente questo rischio del giovanilismo perché insieme all’estrema vivezza con cui dipingono l’intensità delle passioni adolescenziali, si tengono attaccati all’altro polo fondamentale della storia, che è quello dell’educazione. Secondo le parole di Alessandro D’Avenia in un’intervista, “Educare è tirare fuori quello che i ragazzi hanno già dentro pur senza possedere gli strumenti per esprimerlo”. In questo racconto, il professore, oltre a essere un amante del proprio lavoro, è cosciente del compito educativo che gli è affidato e si arrischia, per questo, a sfidare i ragazzi: non semplifica loro la vita ma, al contrario, gliela complica. “Come dice una poetessa che amo molto – continua l’autore –, Emily Dickinson, ‘non conosciamo la nostra altezza fino a quando qualcuno non ci invita ad alzarci in piedi’”.


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