Khan 3

Il mio nome è Khan

Di Cecilia Benassi, 27.05.13 24 Fotogrammi

Questa pellicola marchiata Bollywood è molte cose insieme. È un road movie attraverso l’America contemporanea, una storia d’amore vera, che non cede alle tentazioni dei numerosi stereotipi contemporanei, un racconto sulla diversità poetico e divertente, capace di dire il dramma con intensità ma anche con leggerezza.  Il protagonista Khan, affetto da una sindrome di Asperger attenuata grazie all’educazione e all’affetto che ha ricevuto dalla madre, prende tutto alla lettera come è tipico dello spettro autistico, ma in questo esasperato letteralismo c’è qualcosa di bello e ormai perduto, come la tenacia di mantenere a costo di qualsiasi sacrificio una promessa e come la capacità di dare il giusto peso alle parole dette che dagli estremi comici per i quali prende alla lettera esclamazioni come “Se fai così muoio” agitandosi e cominciando a ripetere “Non morire non morire non morire” arriva all’incapacità di mentire perché “Bugia bugia, il fuoco se la porta via".

Di fronte a questo personaggio così ricco, particolare e sfaccettato si moltiplicano i riferimenti ad altri capisaldi del cinema occidentale, da Forrest Gump a Rain Man, al Napoleon Dynamite di Jared Hess e a tutti i vari e ormai caratteristici  e sempre pittoreschi personaggi di Wes Anderson, da Hollywood, dunque, al cinema indipendente del Sundance. Pur essendo tutti richiami pertinenti, nessuno di essi è esaustivo, e appoggiarci sui precedenti cinematografici non ci può esimere dal cogliere la ricchezza che il regista ha scelto di concentrare in questo personaggio, usando della sua diversità per parlare di tutte le sfaccettature della nostra umanità che si incarna in modo diverso, irripetibile e unico in ogni individuo.

Ciò che rende Khan diverso, prima ancora della sindrome di Asperger che ben presto passa nettamente in secondo piano, è lo sguardo puro e semplice che lui ha sul mondo e su di sé; Khan non si vergogna di quello che è, delle tradizioni e dell’educazione in cui è cresciuto, non sente l’esigenza di rinnegare la sua identità e la sua fede, e non cerca né accetta dei compromessi. Dopo l’11 settembre, in un momento in cui un’accanita caccia xenofoba si sfogava nei confronti dei musulmani negli Stati Uniti, Khan non rinuncia alla preghiera rituale prevista dalla sua fede, anche davanti agli avvertimenti pieni di timore di un suo fratello nella fede: “Sai che pregare adesso, nei luoghi pubblici, è molto pericoloso…”. La risposta di Rizvan è fulminea: “Per pregare non importa dove sei, basta la fede”. La sua purezza e il suo attaccamento alla verità destano un’intensa nostalgia, perché questa grande integrità ci attira e corrisponde alla natura più profonda della nostra umanità, eppure appare ormai quasi introvabile. L’invito è quello che possiamo essere interrogati e provocati dalla capacità di amare e dalla potente sincerità di Khan, un uomo che ha il coraggio, a fronte di ogni pericolo, di dire il suo nome.


just being


Scritti: 49 articoli