Broken silence 14

Broken Silence

Di Cecilia Benassi, 03.06.13 24 Fotogrammi

Con Broken Silence di Wolfgang Panzer (da non confondere con i cinque documentari prodotti da Steven Spielberg e girati da cinque differenti registi sul tema dell’olocausto) ci troviamo davanti a un’opera molto particolare e originale, che racconta in un lungo flashback la storia di un monaco certosino che dopo 25 anni trascorsi nella sua cella in un monastero in Svizzera, è scelto dalla sua comunità per intraprendere un lungo viaggio alla ricerca dell’ultima erede rimasta della famiglia che 99 anni prima firmò un contratto in cui cedeva alla comunità certosina il monastero per la durata di un secolo. Dall’esito del suo viaggio dipende il destino di tutta la comunità. L’ultima erede della famiglia è una vulcanologa anziana che per i suoi studi si è recata a vivere in Indonesia, nell’isola di Giava e che pare essere irraggiungibile.



La narrazione fluisce placida e regolare come il Gange che i due protagonisti si trovano ad attraversare; il metodo narrativo non è quello dei colpi di scena, ma tutto è mostrato e percepito a un livello molto più profondo di quello a cui siamo abituati. E questo è strano, poiché, da un certo punto di vista, per la nostra voce narrante tutto è un colpo di scena: dopo 25 anni nel silenzio di una cella interrotto solo dai regolari appuntamenti della preghiera corale, ogni cosa, i colori, le voci, il caos delle città e i tramonti del deserto… ogni cosa è nuova e stupefacente. Questo apparente paradosso è una delle caratteristiche che definiscono il film: nel viaggio del monaco si incrociano la rapidità della sua maturazione interiore con lo svolgersi mai affrettato degli avvenimenti, laddove tutti i fatti in cui i personaggi vengono coinvolti sono parte integrante della loro maturazione personale e mai mera ornamentazione scenica.



L’ambientazione di base del film è una Chiesa del centro di New York nella quale il monaco si rifugia al termine del suo viaggio allo scopo di confessarsi. Ascoltiamo dunque il suo lungo racconto come una lunga confessione che egli vive come una libera e cosciente autoaccusa davanti a Dio. Tale inusitato contesto narrativo, lungi dall’essere un espediente di coesione narrativa, costituisce la lampada che illumina il giusto taglio in cui leggere l’evoluzione dei fatti e dei personaggi e anche la chiave che di volta in volta apre lo scrigno delle domande più profonde, conferendo a una semplice vicenda personale la profondità di una narrazione universale, che interseca le domande e il destino di tutti gli uomini.



Se infatti lo scorrere degli eventi, i colori, l’estrema mutevolezza delle sorti dei due protagonisti conquistano lo spettatore lasciandolo anche sempre in uno stato di incertezza (riscontrabile anche nelle riprese tremolanti che testimoniano la condizione di profonda precarietà in cui tutto si svolge), le domande che il sacerdote confessore pone al penitente, permettono anche a noi di oltrepassare l’apparenza fattuale per addentrarci nelle ragioni più profonde che governano le scelte della vita di un uomo, come anche le sue domande sull’esistenza di Dio, sulla vita, la morte, l’amore, l’apertura e l’accoglienza del diverso.

Un film che ci interroga nella anticonvenzionalità della sua fattura come anche nella particolarità dell’esperienza di vita che ci propone. La vita di un uomo che sceglie di affrontare la solitudine della cella come se entrasse in un pericoloso deserto dove l’anima combatte per la sopravvivenza sua e di molte altre anime, la vita di un uomo che ha voluto compiere scelte radicali perché non si accontentava dei compromessi mondani sempre segnati dall’autoillusione e dalla prevaricazione sugli altri. Egli, il protagonista, ha lasciato tutto per il solo desiderio di – cito dal film – “vivere una vita sincera”.


just being


Scritti: 49 articoli