Mumford

Mumford & Sons: Babel

Di Gabriele Scanziani, 20.03.13 Il disco della settimana

Esistono particolari situazioni nella vita in cui si fa davvero fatica a rispondere alla più elementare delle domande: perché? Perché un gruppo di ventenni che indossano scarpe scozzesi e panciotto riesce a divenire una rara storia a lieto fine nell’assediato panorama dell’industria musicale? La risposta è semplice quanto disarmante: il talento.

Il primo brano è quello che dà il nome al disco, e fa subito capire che tipo di atmosfere si deve aspettare l’ascoltatore medio dopo ave premuto il tasto “play”. È tutto un mondo fatto di mandolino, banjo, chitarra e contrabbasso che si mescolano sulla tavola dei Mumford & Sons per far gustare agli ospiti un sapore diverso da quello che propone l’attuale panorama musicale.

Rispetto al disco precedente dal titolo Sigh No More, che fu anche il primo disco della band, la musica del gruppo sembra quasi alleggerita, con sonorità più ballabili. Un’operazione di graduale riduzione del peso specifico della musica, che molti hanno considerato un segno di crescita e che, personalmente, non ho ancora ben inquadrato. Mentre vi scrivo sto ascoltando il disco per la seconda volta, proprio per poter comunicare la mia idea rispetto a questo lavoro al meglio delle mie limitate possibilità.

Per quanto riguarda il loro lavoro, va comunque detto che i Mumford & Sons possiedono una grande abilità, ognuno porta il suo nel proprio ambito musicale riuscendo a creare quella particolare alchimia che li distingue. Va però anche detto che si sente la regia di un mostro sacro come il produttore Markus Dravs (Arcade Fire, Coldplay) la cui presenza, a volte ingombrante, si percepisce nel corso dell’album per le orecchie di chi ce la vuole sentire.

Il primo singolo estratto dal disco è “I Will Wait”, anche qui si sente la presenza di un produttore/discografico che ha puntato molto sul pezzo come fosse la bandiera dell’album. Altri sono i possibili brani trainanti, come "Broken Corwn", "For Those Below" o "Lover Of The Light" che infatti è il secondo singolo dell'album.


Ogni recensione dovrebbe però avere anche un aspetto critico, poiché difficilmente si può ascoltare il disco perfetto. La critica che si può muovere al gruppo in quest’ambito risiede nei testi, che spesso descrivono immagini infantili usando parole scontate come i prezzi del periodo post natalizio. Il tutto accompagnato dal tiro ottenuto attraverso l’uso della grancassa e del banjo, elemento distintivo del gruppo. Un’operazione un po’ troppo furba per il mio, discutibilissimo, gusto personale.

Se da un lato dunque il gruppo regala emozioni con il genere che li contraddistingue, si sente la mancanza di una formula nuova di scrittura dei testi, nata dall’esperienza e non dal facile gonfiore delle emozioni che spesso emana quello spiacevole odore di manovra di mercato.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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