Bagger vance 11

"Il ritmo del gioco" - La leggenda di Bagger Vance di Robert Redford

Di Cecilia Benassi, 01.07.13 24 Fotogrammi

Credo di aver visto per la prima volta questo film che era il 2003/2004; avevo sui 16/17 anni e probabilmente era passato su Sky, perché la pellicola è del 2000 e all’epoca i film impiegavano più dei 5/6 mesi odierni ad entrare in circolazione. Mi colpì molto; lo vidi, lo rividi, lo rividi e lo rividi…
Lo rivedo ora a distanza di anni, e forse per la prima volta ho l’impressione di aver trovato una chiave d’accesso al grande mistero di questo film, che mi affascinava perché capivo che era qualcosa di molto più grande di una semplice favoletta piena di buoni sentimenti e buoni valori, quasi col rischio di essere moralista, come la maggior parte della critica dice al suo proposito. Se c’è un film che si allontana alla radice dalla tentazione di un dover essere kantiano per avvicinarsi alla dimensione ontologica delle cose e degli esseri, interrogandone l’agire come l’acqua che sgorga dalla loro natura più intima e costitutiva, esso è proprio questa moderna parabola che interroga il senso più profondo dell’umano esistere e si offre alla nostra superficialità e libertà come un esempio di “cinema necessario”.



Ciò che nella mia ultima visione del film è intervenuto a dare unità a tutti i frammenti significanti che fino ad allora avevo potuto afferrare è il punto in cui, oltre la metà del film, il gioco di Junuh nel più grande match di golf di tutti i tempi imbocca la sua svolta decisiva. Con quel suo colpo la partita riparte, si riapre la possibilità di competere con gli avversari, le speranze di tutti i cittadini di Savannah suoi compaesani si riaccendono… Ma quel colpo è molto di più. È il momento in cui Rannulph Junuh inizia a riappropriarsi di se stesso e ad avere coscienza di sé e della sua collocazione nell’universo. Ma per non lasciarci agli indugi, il regista osa una mossa forte, pur nella sua discrezione. Potrebbe essere colta o ignorata… ma c’è. In quel passaggio sceglie di introdurre nella colonna sonora del film un elemento assolutamente estraneo ed estremamente connotante: In paradisum dal Requiem di Gabriel Fauré. Due anni prima uno dei più grandi registi della storia del cinema aveva fatto una mossa simile: Terrence Malick aveva esordito La sottile linea rossa, film di guerra e di attese estenuanti, film che si colloca volutamente al confine misterioso tra la vita e la morte, con quell’intensissimo brano del compositore francese. “In paradisum deducant te angeli (..) et perducant te in civitatem sanctam Jerusalem”.



La dichiarazione è piuttosto esplicita: l’orizzonte su cui si stagliano le vicende del film trascende le contingenze di una partita di golf e di una storia d’amore per sprofondare, per dirla col misterioso caddy Will Smith, nel “punto in cui le maree e le stagioni e il roteare della terra… tutto si incontra, e tutto ciò che è diventa uno”. Ben lontano da essere una dimensione impersonale e astratta, questo punto misterioso e imperscrutabile nel quale tutto ciò che è creato acquisisce senso, posizione e ragion d’essere, è strettamente legato alla strada di ogni uomo. Nessun uomo può accedere a questo luogo di verità, a questa “radura dell’essere” (per dirla con Martin Heidegger) se ha perso per strada se stesso.



Tutto questo nel film è espresso attraverso la grande metafora del golf, contesto scelto ed esplicitamente destinato ad essere immagine della vita tutta e dell’universo: “Sì, il ritmo del gioco è come il ritmo della vita… Dicono infatti che Dio sia più felice quando i suoi figli giocano. (…) Quello di cui sto parlando io è un gioco, un gioco che non si può vincere ma solo giocare”. Per Junuh, ritirarsi dal gioco vorrebbe dire ritirarsi dalla battaglia della vita; ma per non ritirarsi da questa battaglia, è assolutamente necessario ch’egli ritrovi se stesso; nella metafora cinematografica, cioè, per rimanere in campo è necessario ch’egli ritrovi lo swing che ha perduto. È ancora Bagger: “Dentro ciascuno di noi c’è un solo autentico swing, una cosa con cui siamo nati, una cosa che non può essere insegnata e non si impara, una cosa che può essere ricordata sempre… e col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing che rimane sepolto dentro di noi sotto tutti quegli “avrei voluto, avrei potuto…”; c’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. (…) C’è un colpo perfetto che cerca di raggiungere ciascuno di noi, non dobbiamo far altro che toglierci dalla sua traiettoria, lasciare che lui scelga noi. (…) Adesso è il momento di scegliere. Se stare lì fermo o iniziare a camminare. È ora di iniziare a giocare il tuo gioco, quello che soltanto tu eri destinato a giocare, quello che ti è stato donato quando sei venuto al mondo. Colpisci quella palla Junuh, non trattenere niente, dagli tutto te stesso. Il momento è ora”.



Non è un caso che nel percorso del giovane e sofferente golfista (ferito profondamente dall’esperienza della guerra e dalla morte dei suoi amici e commilitoni) le cose comincino, per così dire, a “girare per il verso giusto” tutte in contemporanea: il rapporto d’amore precedentemente abbandonato con la bellissima Adèle e la sua competitività sul campo di gioco. Niente poteva ricominciare se non dopo che lui fosse rinato; gli dice Bagger: “Lei non sarà mai più il Junuh di una volta. Mai più”. Un antico e sempre nuovo adagio dice che per iniziare ad essere se stessi bisogna “rinascere dall’alto”. 


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