Sposa promessa 1

"Se anche il dolore è luce": La sposa promessa di Rama Burhstein

Di Cecilia Benassi, 17.06.13 24 Fotogrammi

Parlare di questo film è difficilissimo; bisognerebbe scrivere una poesia, o tacere direttamente. O forse si potrebbe, in silenzio, continuare a guardarlo e riguardarlo. È un film da contemplare e partecipare profondamente, straordinario per la bellezza di ogni singolo fotogramma, soprattutto se si considera che è opera prima della regista israeliana.



Non mi è successo spesso nella vita di trovarmi davanti a un film di tale tenuta, di così splendente bellezza interiore ed esteriore, di così piena armonia e integrità tra forma e contenuto, ove quel contenuto in cui ci immergiamo divenendo partecipi della storia viene sopravanzato e illuminato dalla forma espressiva scelta man mano dalla regista. Un film così delicato e onesto, così pieno di pudore, di sincerità, di tenerezza e di bontà.



Tutto ciò che secondo la mentalità mondana può facilmente divenire segno o spunto di chiusura è in questo film trasfigurato dalla luce della fede, di una religiosità umile, certa, profonda e radicale per cui Dio è, sempre e in ogni momento, l’Onnipresente, Colui che accorre a confortare i suoi figli, Colui che è occupato a voler bene ai suoi figli, Colui che è bontà e tenerezza, lento all’ira, pieno di grazia e ricco di misericordia.



Come alcuni critici hanno detto, questa pellicola è una storia d’amore. È vero. È una grande storia d’amore e, ancora di più, è la storia della scoperta della vocazione, il cammino doloroso e inondato di luce di chi, mai allontanandosi da Dio, attraversa cadute e ferite profonde per arrivare al compimento della propria vita e della propria vocazione.



È anche una storia che mostra come l’essere umano non sia fatto per essere solo, “Nessun uomo è un’isola”, aveva scritto John Donne, grande poeta inglese del secolo XVI, ma per vivere in comunità; e qui la comunità, pur attraversata dalle sofferenze e dai limiti dei singoli membri, si fa segno tangibile e sempre presente della tenerezza dell’Altissimo per le sue creature, che attendono uno sguardo di bontà, una parola di conforto; che attendono dal profondo della loro anima chi sappia comprendere e condividere i loro dolori e le loro gioie.



E così accade in questa comunità chassidica, resa unita dal cemento della fede in Dio, dove la gioia di un membro è festeggiata da tutti con preghiere, canti e balli, e dove anche il dolore e le pene di un singolo uomo sono compartecipati e portati insieme da tutti i suoi fratelli e le sue sorelle nel Signore. La regista è straordinariamente brava a comunicarci tutto questo, immettendoci con le sue frequentissime riprese in soggettiva letteralmente dentro le stesse stanze dei personaggi, dentro le loro percezioni e i loro sentimenti.



E il mondo in cui ci troviamo immersi è un mondo pieno di luce. La luce entra da fuori ed emana dai cuori dei protagonisti, dai loro occhi. Essa tocca con grazia i loro visi, li colma di dolcezza e corre via risplendendo e “sbarluccicando” sui bottoni dei loro abiti, come quando la zia, in occasione della morte della splendida nipote Esther incinta al nono mese, rivolge ai parenti in lutto le parole rituali, “L’Onnipresente vi conforti tra chi è in lutto a Sion e a Gerusalemme, e che non dobbiate conoscere più il dolore”.



Anche le lacrime, e lo stesso fazzoletto bianco con cui Yochai asciuga le lacrime che scendono copiose e tormentate, emanano luce. La luce entra nei personaggi ed esce da loro. Il mondo li avvolge e li bagna con una luce che lascia intuire la bontà nella quale tutti loro sono fedelmente custoditi: il mondo, che per i fedeli di questa comunità è voluto e abitato dal Signore e padrone dell’Universo, contiene una promessa, che è felicità e beatitudine: “Felice chi tu sceglierai ed avvicinerai e che potrà dimorare nei tuoi santi palazzi” cantano durante la circoncisione di Mordechai, e “Beato colui che in tutta la sua vita dice una parola di verità al Signore”, dice il rabbino Nachman di Breslav.



Questa ultima frase, citata dallo Tzaddik della comunità (cioè il capo religioso), basta, con il contesto in cui viene pronunciata, a distruggere ogni nostro pregiudizio sulla presunta chiusura e arretratezza di quel mondo. I due promessi sposi si presentano allo Tzaddik per manifestare la loro intenzione al matrimonio e chiederne l’approvazione. Il rabbino chiede allora alla giovane Shira: “Che cosa sente la figlia rispetto al fidanzamento?” (e già noi ci chiediamo, “Se il matrimonio è stato combinato dai genitori, cosa importerà mai il sentire della figlia?!”). Shira risponde schietta: “Non è una questione di sentimenti. C’è un compito da svolgere e vorrei che tutti fossero soddisfatti”. Ribatte, con tenerezza e decisione, il rabbino: “È solo questione di sentimenti… 'Beato colui che in tutta la sua vita dice una parola di verità al Signore', disse il rabbino Nachman di Breslav”.



Un’ultima nota in chiusura vorrebbe riguardare il gesto con cui si suggella il matrimonio tra Yochai e Shira: Yochai, portato da tutti gli uomini della comunità si avvicina a Shira, custodita dalle donne della comunità, e con sguardo intenso e gesto delicato posa un velo bianco sul volto della sposa. Questo gesto, accompagnato dai canti di tutta la comunità, è di una simbologia splendida: nel momento in cui l’uomo elegge una donna come sua compagna per la vita, invece di stringerla a sé o di esprimersi in un qualsiasi gesto di possesso, la vela con un candido fazzoletto di raso perlaceo, come a riconoscere l’immenso mistero che avvolge quell’altro essere umano, nella coscienza che, anche se sposa, la sua donna resterà sempre uno sconfinato mistero che solo Dio conosce e che rimane irriducibile alle misure umane. In questa distanza si cela tutta la potenza di un amore che può veramente affermare il bene dell’altro e proiettarsi nell’eternità.

 
 


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