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Gli scacchi tra cinema e realtà/2 - "La febbre degli scacchi" di Pudovkin

Di Cecilia Benassi, 05.08.13 24 Fotogrammi

La febbre degli scacchi di Vsevolod Pudovkin, URSS 1925.
Per chi non si lascerà spaventare dal nome del regista, dalla data del film o dalla dicitura tecnica “film muto”, il godimento di questo piccolo gioiellino è assicurato. Il ritmo incalzante dell’opera è scandito fin dal principio dalla musica ritmata e avvolgente, composta per accompagnare puntualmente la durata e il tono specifico di ogni singola scena.
Sappiamo che l’epoca del muto aveva una sapienza particolare e forse oggi un po’ sbiadita in questo settore; basti pensare alle musiche autocomposte da Charlie Chaplin per i suoi film o, per rimanere in Russia, all’Aleksander Nevskij e a La corazzata Potëmkin di Ejzenstejn. La scena della battaglia sulla spiaggia del primo, creata in sintonia da Ejzenstejn e Prokofiev, e la scena famosissima (forse grazie a Fantozzi) della scalinata di Odessa ci danno anche solo un’idea della sapienza ritmica dei primi cineasti russi.



Esperti dell’arte del montaggio, i primi cineasti russi, sapevano calibrare ogni fotogramma e ogni particolare, affinché, anche senza parole, ogni dettaglio della loro pellicola potesse farsi efficace strumento di dialogo con il proprio pubblico. È straordinario, per esempio, come, con cinque fotogrammi successivi, al secondo minuto di film, il regista ci abbia già detto quasi tutto sull’anima specifica di quella passione-ossessione degli scacchi che, come una febbre, stava invadendo l’Unione Sovietica.



Dopo aver esordito mostrandoci un torneo di scacchi e i suoi forsennati spettatori (indimenticabile il bimbo in età appena scolare che osserva attentissimo il gioco e prova le mosse cui assiste su una scacchierina portatile), Pudovkin chiude la scena e ci mostra una mano, una gamba con una calza a scacchi e un tavolo con su una scacchiera: la mano muove un pezzo.



Stacca, e il fotogramma successivo mostra l’avversario, quindi: altro lato del tavolo, calza diversa, mano che muove rispondendo alla mossa del rivale. Di nuovo primo lato del tavolo, calza a scacchi, nuova mossa e di nuovo secondo lato del tavolo, calza grigia, risposta all’avversario; a quel punto la camera, invece di staccare, si allontana allargando la focalizzazione e mostrandoci che non ci sono due avversari, ma un solo giovane scarmigliato e concentratissimo, che come un matto gira correndo intorno a un tavolo su cui sta una scacchiera, e funge da sfidante e avversario muovendo ora per i bianchi ora per i neri.



Il nostro campione di scacchi ha, appunto, le calze diverse, la giacca mezza infilata e mezza no, un cordino che gli penzola dietro, dei simpatici gattini che gli ronzano intorno da ogni parte… fino a che, cadendo a terra nella sua corsa forsennata da un lato all’altro del tavolo, gli finisce una mano in tasca e trova un foglietto: “Da non dimenticare, alle 10 matrimonio con Vera”. Guarda l’orologio alla parete: è già passato mezzogiorno. Si veste, si pettina con le mani, mette entrambe le calze a scacchi, la sciarpa a scacchi, il cappello a scacchi, toglie un gattino da ogni tasca del cappotto, muove gli ultimi pezzi e, tutto storto e trafelato, si precipita fuori di casa, inciampa, sbatte contro un ponteggio e si rovescia addosso il secchio pieno di vernice bianca dell’imbianchino. Finalmente raggiunge la strada coperta di neve e si incammina. Nel tragitto verso la casa dell’amata tuttavia gli scacchi non gli danno tregua, dall’avviso del torneo mondiale di scacchi disputato proprio in quei giorni a Mosca, fino alla vetrina di un negozio dove un uomo espone una scacchiera aspettando le mosse di un qualsiasi avversario di passaggio. La tentazione è più forte di lui, e non riesce a non fermarsi per una partitella. Finirà per arrivare dalla sposa colmo di imbarazzo e in enorme in ritardo, trovandosi davanti al suo muro di rabbia e delusione.



In tutta Mosca la febbre degli scacchi pare essere una malattia incurabile, tanto da distrarre i pubblici ufficiali dal loro lavoro, i ciechi ai margini delle strade dalla loro indigenza, i nobili signori dalla vecchiaia e la solitudine e perfino i giovani innamorati…dal loro matrimonio.



Come in una scatola cinese, Pudovkin compie la sua mossa più acuta dal punto di vista del mestiere cinematografico moltiplicando i piani di realtà. Se già l’arrivo del cinema aveva sconvolto il pubblico di tutto il mondo perché mostrava su uno schermo una storia inventata che tuttavia aveva tutti i connotati del mondo reale, in questo film il regista ci mostra gli scacchi come un’ossessione che produce nella mente dei russi una sorta di realtà sostitutiva per cui, d’un tratto, non ci si accorge più degli avvenimenti reali perché tutto è sopravanzato dalla fissa maniacale per il gioco della scacchiera presente in ogni forma e in ogni angolo della città.



Dopo averci immersi in un doppio livello di “realtà irreale”, il cineasta compie una mossa assolutamente geniale che riallaccia realtà e finzione con sapientissima e discreta eleganza. Fa comparire, perfettamente inserito nella trama funzionale della sua storiella su un matrimonio fallito a causa degli scacchi – realtà sostitutiva, appunto – un elemento tratto dalla storia reale: Capablanca in persona, il cubano che all’epoca era campione mondiale in carica, scende da un’auto avvicinandosi a una donna in lacrime. La conforta e le assicura che per lui ci sono cose molto più importanti degli scacchi, per lei causa di tanto dolore. Le cinge le spalle e la conduce con sé… al torneo mondiale di scacchi che egli ha realmente disputato nel 1925 a Mosca, arrivando terzo proprio per aver perso la prima partita a causa del ritardo nell’arrivo al torneo (!!!).



Finzione e realtà si mescolano e armonizzano perfettamente, generando un tributo alla devozione russa per gli scacchi, un tributo al campione cubano, una pacificante soluzione dell’intreccio amoroso e una perfetta descrizione della schizofrenia ossessiva tipica della “febbre degli scacchi”.


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