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Pugili tra cinema e pittura: Testori e Visconti al Longlake

Di Cecilia Benassi, 26.06.13 24 Fotogrammi

Domenica 23 giugno è stato proiettato allo Studio Foce uno dei capolavori del cinema italiano, "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti, scelto e proposto nel contesto del LongLake Festival di Lugano in stretta relazione con la mostra dei pugili dipinti da Giovanni Testori. Questo straordinario evento artistico, che offre la possibilità di vedere esposta la serie completa del più ampio e compatto ciclo pittorico realizzato da Giovanni Testori, rimane aperto al pubblico fino al 30 giugno 2013 al Lab_Comacina, in Viale Cassarate. Offriamo di seguito le parole che hanno introdotto domenica sera la visione dell'opera di Visconti.



Questa sera ci troviamo davanti alla possibilità di fare un’esperienza di grande cinema. La ricchezza di livelli di lettura, la complessità sapiente e mai accumulata, la discrezione, l’eleganza, la voglia di narrare, di dire e di sentire, di patire e di compatire, costituiscono e impreziosiscono questo film, facendone un capolavoro. E ciò che, come capolavoro, lo rende intramontabile, è principalmente l’amore per la bellezza, l’amore per l’uomo e – più di tutto – la conoscenza dell’uomo ch’esso rivela e manifesta. Siamo abituati a vedere molte morti, molte scene deturpate e deturpanti nel cinema contemporaneo; pensiamo di fare qualcosa di nuovo mostrando e tematizzando omosessualità, incesto ed altre pulsioni addirittura premiandoli dovunque essi si candidino, da Venezia a Cannes.



Eppure in questa opera viscontiana, che alla sua epoca dovette aspramente combattere contro censure, critiche e incomprensioni, ribolle un fermento tutto umano e inquieto, radicato ormai tra i sessanta e i settant’anni fa (e noi crediamo di fare del nuovo!) dove si attiva, attraverso una tessitura letteraria ricca, stratificata e profondissima, uno sguardo di verità, di compassione e d’insofferenza nei confronti di rappresentazioni dell’uomo manierate e, per il loro stesso modo di porsi, imborghesite.



Ma l’esperienza di questa sera non sarà per noi un evento isolato; non guarderemo Rocco e i suoi fratelli solamente pensando al bellissimo Alain Delon e alla filmografia di Luchino Visconti, eccezionale anche qui, nel suo nuovo equilibrio tra verità e melodramma, tra estetismo alla Gattopardo e Notti bianche e realismo alla Verga e La terra trema. Vorremo questa sera guardare la pellicola lasciandoci interrogare dalla diffusa e capillare presenza testoriana, che ri-incontreremo domani all’inaugurazione della mostra “I pugilatori”, dove è esposta la sua galleria di ritratti di pugili, quei pugili che hanno animato tanti dei suoi racconti milanesi.



Dell’influenza di Giovanni Testori su Luchino Visconti e in particolare all’interno del film “Rocco e i suoi fratelli” si è ampiamente discusso e non è qui il caso di riprendere le fila di questo annoso dibattito; ci aiuta Mauro Giori, col suo bel libro “Luchino Visconti – Rocco e i suoi fratelli” nel quale ardisce uno studio filologico dell’opera cinematografica, attraversando, mediante i documenti originali, tutte le sei stesure che la sceneggiatura attraversò prima di raggiungere la forma della sua presentazione al pubblico. Dopo aver analizzato dunque la presenza testoriana ai vari livelli in cui essa si esplica, dal calco, all’ispirazione alla citazione esplicita, giunge a concludere che questa influenza di Testori in Visconti “è un’influenza che penetra nel tessuto poetico, ideologico e morale del testo”.



Avvicinando la visione del film nel contesto di questa riflessione, e preparandoci all’incontro con la mostra pittorica dell’artista milanese, guarderemo con particolare attenzione la presenza dello sport del pugilato all’interno del film, e potremo vedere come il suo paradigma di continua colluttazione e rapporto tra corpo e corpo divenga paradigma radicale di tutte le dinamiche più profonde e interiori che muovono gli animi dei personaggi. “I corpi condizionano le scelte e le esistenze dei personaggi, sia in senso negativo, sia in senso positivo”, scrive Giori.



E questo Testori l’ha sempre detto con tutta la sua arte: non esiste pulsione o moto interiore pienamente umano che non trovi espressione propria nella terrestrità pesante e splendida, corrotta e gloriosa, del corpo, della carne umana. In riferimento a questo paradigma profondo si noterà anche quell’elemento nel film che è invece profondamente viscontiano e molto lontano dalla sensibilità di Testori: Rocco. Rocco vanta molte provenienze: la Bibbia (la storia di Giuseppe nella Genesi), Thomas Mann, da cui viene anche il titolo del film, passato da “Giuseppe e i suoi fratelli” a “Rocco e i suoi fratelli”, e Dostoevskij, con il principe Myskin de “L’idiota”.



Egli è un personaggio angelico, ingenuo, buono, disinteressato, deciso ad amare anche chi gli fa del male fino al sacrificio di sé; è un campione della boxe, pur odiandola, e anche dentro e dopo le colluttazioni il suo corpo, pur ferito, rimane bellissimo e come intoccato, quasi manifestando esteriormente un’innocenza e un’integrità interiore che sembra essere più divina che umana. Contro il suo profilo si scagliò Testori, chiedendo che divenisse “più ‘crapone’ e meno ‘gesù cristo’”.


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