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Se questo è un uomo

Di Gabriele Scanziani, 05.07.13 Tra le righe

Esistono libri che cambiano la vita, specialmente se letti in giovane età. La prima volta che lessi Se questo è un uomo di Primo Levi avevo 14 anni e fu un’esperienza che mi segnò profondamente.

Se questo è un uomo è ben di più di un semplice romanzo storico che permette di rivivere al lettore il viaggio e le condizioni esistenziali di un ebreo deportato nel campo di concentramento di Auschwitz. Se questo è un uomo è un’esperienza, un pugno allo stomaco, dato non tanto per far cadere a terra il lettore, quanto per rinforzarne i muscoli addominali.

Come ogni romanzo autobiografico emana un aroma di schietta verità, un gusto pungente che il lettore prova scorrendo le pagine, mescolato al disgusto per quanto successe all’autore del libro come ai milioni di ebrei deportati e uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di una testimonianza che marca indelebilmente chi legge, lasciando un profondo solco nello spirito.



Il romanzo inizia con il viaggio dei prigionieri, descrivendo con dovizia di particolari la situazione degli ebrei italiani deportati dapprima a Fossoli, in quello che veniva considerato un campo di smistamento o di transito, per poi arrivare a Salisburgo, Vienna e infine in Polonia nel campo di Auschwitz-Birkenau. Si rivivono gli stati d’animo dei prigionieri, consapevoli di andare incontro a morte certa. Leggendo la descrizione dei vagoni merci, contenenti non meno di 50 prigionieri ciascuno, manca l’aria e si ha l’impressione fisica di essere schiacciati fra la massa di persone silenti che attendono il proprio destino.

Si giunge al campo, insieme al protagonista, già a partire dal secondo capitolo, in cui si descrive la fase di assegnazione del numero, tatuato sulla pelle, che toglie ai prigionieri il proprio nome e la propria identità.

Se questo è un uomo è una testimonianza importante, scritta da Levi nell’arco di due anni dal 1945 al 1947, che non può lasciare indifferente nemmeno il più distaccato lettore. Per omaggiare il lavoro e la persona di Primo Levi, che affronterà il tema dell’Olocausto anche nel romanzo La tregua e nel saggio I sommersi e i salvati, termino questo mio consiglio alla lettura con la poesia che apre il romanzo:


Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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