To the wonder

Aleksandr Sokurov/2-"Cinema d'essai" e "Merce audiovisiva"

Di Cecilia Benassi, 21.10.13 24 Fotogrammi

L’intervento del regista russo alla tavola rotonda del 27 marzo era continuato con una riflessione piuttosto drammatica sul nesso tra l’educazione del singolo che scaturisce dal coltivare la tradizione e l’attuale stato del mondo degli audiovisivi.
"La difesa dei valori umanistici rimane il primo compito di ogni stato. I processi che si svolgono in ambito culturale sono molto importanti e sono quelli che definiscono il costituirsi della coscienza del singolo e del popolo. Il momento che viviamo è difficile anche perché noi sopravvalutiamo il ruolo e il significato del cinema, mentre non ci accorgiamo che esso è al di sopra del nostro controllo. I cineasti non esercitano autocontrollo, e ogni sistema privo di controllo endogeno diventa pericolosissimo. Basta pensare alla molteplicità dei canali di diffusione della produzione cinematografica e mediatica”.



Dopo aver sinteticamente ma efficacemente tratteggiato questo quadro, Aleksandr Sokurov si è lanciato senza timore e senza mezzi termini a tracciare una linea di demarcazione che isolerebbe nettamente ambiti diversi all’interno del mondo del cinema. “Io propongo di classificare. Quello che noi siamo abituati a definire “cinema d’essai”, “cinema d’autore” è l’unica cosa che possa essere chiamata “cinema”. Il resto, creato a scopo di lucro, è da chiamare “merce audiovisiva” , ovvero “prodotti che deturpano la coscienza. “Cinemercati è il titolo che andrebbe attribuito a tutti quei posti che proiettano pellicole ascrivibili all’insieme della merce audiovisiva” e che dunque si allontanano definitivamente da quello che è il primo e principale volto dell’arte: “l’arte non serve a nulla se non a mostrare il senso della vita” secondo le parole di Henri Miller.



Sokurov si inserisce chiaramente in questa linea di pensiero che, nel suo ambito, ha un eminente predecessore in Andreij Tarkovskij; “la perdita della coscienza e della morale nelle persone porta alla catastrofe (…) e quando vedo in Europa il rifiuto dei valori nazionali, la mescolanza delle culture e la rovina del cristianesimo mi spavento e mi accorgo che noi oggi ci troviamo in una situazione-limite che impone al cinema, ora, di trovare il proprio posto e una adeguata auto definizione: rinunciare alla violenza in primis, e fermare il tremendo e incontrollato sviluppo della televisione essendo chiaramente uno dei canali in cui più rapidamente viaggia l’infezione della cultura. Penso che tocchi proprio al ‘vecchio mondo’ il rigore di difendere i valori umanistici. Parlo così a lungo perché sono i miei pensieri sofferti che maturano quando io sono nel mio paese e vedo che se l’Europa non resiste noi saremo condannati al crollo imminente”.

 


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