Dalla finestra della chiesa  eov  sok

Aleksandr Sokurov/3-Elegia di un viaggio/1

Di Cecilia Benassi, 28.10.13 24 Fotogrammi

Si può dire che dobbiamo a Sokurov l’introduzione nel cinema di un nuovo genere, l’elegia. Termine preso dalla poesia antica, ricontestualizzato nell’ambito cinematografico esso pare realizzarsi in una sorta di “poema visivo” in cui le immagini e la musica, i silenzi e le poche e pesate parole si susseguono, accompagnano e rincorrono con delicatezza e talora con ardore, guidando lo spettatore in un viaggio interiore attraverso la realtà e i suoi significati reconditi.



Secondo le parole del critico Marco Müller, le opere di Sokurov sono “una lotta senza quartiere contro la distrazione”, nelle quali l’autore chiede al suo pubblico un’attenzione e un’attivazione delle proprie percezioni che sono decisamente insolite. Ogni momento delle sue pellicole ha una profondità che per certi aspetti rimarrà sempre parzialmente intuibile e parzialmente imperscrutabile. “Il visibile e l’udibile sono per lui – Sokurov – sempre un rinvio ad altro, a qualcos’altro”.



Evidentemente, le radici lontane di questo nuovo genere cinematografico sono nel genio tarkovskijano: basti pensare ad alcuni momenti de “Lo specchio”, la più autobiografica delle opere del grande regista russo.

Vi proponiamo ora una “lettura” di Elegia di un viaggio, dove la dimensione – per se stessa transitoria – del viaggio si unisce a quella atemporale della letteratura e dell’arte dei secoli passati. In questa elegia vedremo che sensibilità e tradizione russa si incontrano con la letteratura e la tradizione europea; l’incontro non elimina il conflitto causato dalla diversità delle due diverse tradizioni, ma anzi lo risolve in uno “sposalizio” più profondo, reso possibile dallo sguardo sapiente dell’unico protagonista – longa manus del regista – che ci accompagna attraverso tutta la visione.

L’unità dei contrari

 “Arrivo a una radura. Per chi tanta bellezza? Nessuno per vederla. Dunque era ancora più bella. Solitudine perfetta. Cosa sono questi occhi? Chi è Colui che mi guarda?”. Presenza e assenza, vicinanza e lontananza, visibile e invisibile, superficie e profondità, passato e presente, memoria e avvenimento: tutte categorie antitetiche che in questa elegia si dissolvono continuamente l’una nell’altra, si confondono, scambiano, separano e ricongiungono. Quasi a dire che in fondo, al fondo della realtà, nella verità ultima delle cose, ciò che è assente è in qualche modo presente. Ciò che è passato, accaduto e concluso in qualche modo sta accadendo ora. Ciò che è lontano, impalpabile e invisibile è in qualche modo vicino, percepibile, intimo e familiare: “Solitudine perfetta. Cosa sono questi occhi? Chi è Colui che mi guarda?”. A quanto pare la solitudine è tanto più perfetta quanto più è pervasa da una presenza vicina che mi guarda, che guarda me, ora.


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