Nostalghia

Aleksandr Sokurov/4-Elegia di un viaggio/2

Di Cecilia Benassi, 28.04.14 24 Fotogrammi

Le cose, gli spazi, la realtà.

Poi apparve la luna. A che cosa serve?”. “Mi tuffai nei miei pensieri senza nemmeno osare conoscerli. Odo la voce del mare e del vento, insieme ad un’altra musica… forse quella del mio cuore”.



Comincia a delinearsi una dicotomia fondamentale che da qui in poi accompagnerà fino alla fino il cammino dell’ “io narrante” verso la scoperta della realtà e di se stesso. Non si tratta qui di un’antinomia di superficie destinata a rivelare un’unità sostanziale che si nasconde in profondità dietro la scorza delle cose, bensì di una lontananza ontologica: a tema è l’impotenza del pensiero di fronte alla bellezza e al mistero profondo che abita le cose e le persone: “Anche se i tuoi occhi sono pieni di stupore / non puoi davvero aprire tutto il tuo pensiero” (Karol Wojtyla, poesie).



La voce che ci accompagna nell’iter di questa pellicola tenta di introdurci a riconoscere l’insormontabile lontananza tra pensiero ed essere: solo dallo stupore per la presenza delle cose può nascere l’unico strumento utile ad una vera conoscenza, il pensiero impregnato di esistenza. Per questa ragione, entrando al museo di Rotterdam il nostro personaggio non fonda il suo rapporto con l’arte attraverso la lettura di pannelli esplicativi bensì tuffandosi letteralmente nei quadri, toccandoli, entrando con essi in un rapporto carnale ed empatico: “Una piazza: calma d’estate. La vita eterna. Non sono io ad aver dipinto questo quadro? Non sono io ad aver visto tutto ciò davanti a me? Ogni albero, ogni ombra… Mi ricopro bene di questo cielo. Molto bene. Perché ho atteso a lungo il momento in cui le nuvole avrebbero cominciato ad allontanarsi e io avrei visto l’altra faccia, avrei letto ciò che vi era scritto. Se la fede esiste, il cielo è vivente. In basso tutto è morto? In alto tutto è vivo. Qui tutto è facile… La vita eterna”.

 

I volti, le persone, gli incontri.

Ma dov’è la gente? Almeno un viso! Non volevo trovarmi in quelle strade; pare non mi siano state destinate altre vie. Ma cosa dovevo fare? Cerco di trovare il mio posto in questo fiume. Chi sono, chi sono?”. “Non sono mai stato qui. Ignoro ciò che mi attende. Entro in Chiesa, il giorno e la notte insieme. Da un lato un battesimo, dall’altro lato un monaco che prega nel buio”. Guarda il monaco: “Dio sa a cosa pensi”. Guarda il padrino del battesimo: “Non so a cosa pensi”. “A cosa pensano tutti? Mio Dio, aiutami a capire”. “Questi monaci hanno tutti abbandonato i loro cari. La preghiera vale questo prezzo? E io, perché sono qui? Poi mi sembrò di aver già visto queste persone da un’altra parte. Ma certo”.



Sokurov ha qui deciso di farci vedere in atto, senza spiegazioni, quello che Andreij Tarkovskij fa dire a un suo personaggio nel film Andreij Rublev: “Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco, e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano –, ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice”.



È proprio questo che accade nell’itinerario del nostro protagonista, quando a un certo punto del cammino si imbatte in un giovane dall’aria dolce e silenziosa che lo guarda e desidera parlargli: “Ho cominciato a capire che i miei spostamenti avevano un senso. Non ero qui per caso”. Dal lontano profilo dei precedenti incontri si passa al “faccia a faccia”, un faccia a faccia intenso che attraversa un’ampia gamma delle espressioni umane. Questo giovane ha una caratteristica: la scoperta, attraverso la sofferenza, della verità di sé, che è l’umiltà: “Sono riconoscente a Dio dell’umiltà che ho imparato nella vita, dell’umiltà che prendo con fierezza. So che non sono meglio di molti altri. Sono come loro, uguale a tanti altri; ma non a Colui che ci ha creati. In un certo periodo credevo di sapere tutto, come fossi Dio. Fu perciò che mi smarii”. Finì in prigione, fu trattato come un’inferiore, conobbe la collera, cadde in depressione. Dormì per nove mesi. Poi si svegliò: “Non saprò mai perché vivo… vivo per la vita. Voglio dire, sono felice. Credo nella bontà dell’uomo. Credo anche nella sua crudeltà. Ma puoi scegliere. Si ha sempre la scelta tra gentilezza e aggressione. L'essenziale, a mio parere, è l’amore. Se potessi dare un nome a Dio, sarebbe Amore”. 


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