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La prospettiva rovesciata-"Andrej Rublev" di Andrej Tarkovskij

Di Cecilia Benassi, 05.05.14 24 Fotogrammi

«Se vuoi conoscere ciò che sei, non guardare quello che sei stato, ma l’icona che Dio aveva in mente nel crearti» Evagrio Pontico



“Con un bastone in mano, Andreij vaga tra la polvere ardente, gli occhi fissi a terra, la mente svuotata, stanco degli inutili tentativi di cogliere un progetto inafferrabile, misterioso e ancora indeterminato, ma già vivo nella sua anima e nel suo cuore”. Giovane monaco russo, Andreij è schiacciato dalla straordinaria capacità di dipingere icone che ha ricevuto in dono. Egli sa di dipingere cose che non possono essere il frutto delle sue abilità e schiacciato dalla coscienza del proprio peccato fa voto di non parlare più e di non toccare più i pennelli. “Se non ho saputo far capire agli uomini con la mia arte che cos’è un uomo significa che non ho alcun talento”.



Ma Dio ha scelto di dipendere dal gesto dell’uomo per comunicarsi e donarsi al mondo. Il bianco/nero del film esplode in un tripudio di colori quando Andreij, dopo anni di silenzio e penitenza, abbracciando un ragazzino pronuncia poche parole, iniziali ma già definitive: “Non piangere, non devi più piangere. Ce ne andremo via insieme io e te, tu potrai fondere le campane e io dipingere le icone. Andremo alla Trinità. Pensa che festa per gli uomini, hai dato loro una gioia cosi grande, e piangi”.



L’arte così materiale e “terrosa” di fondere campane e quella così elevata di dipingere icone si pongono alla stessa stregua nel loro simile compito di portare la voce e il volto dell’Eterno entro gli angusti limiti del quotidiano. Il cammino di Andreij e di Boriska ci mostrano il cammino di un io che desidera che il silenzio e il buio della sua vita siano lo spazio perché s’illuminino quelle domande senza le quali non è uomo e fanno rilucere nei confini della loro personale esperienza la grandezza che si spalanca per colui che è disposto a non difendersi dall’imprevedibilità della risposta alle sue più intime domande, che non vuole tentare di raddrizzare tutto secondo la sua misura, e che, insomma, è disposto ad abbandonare la sua prospettiva per entrare in quella di Dio.



“La prospettiva rovesciata”. Perché spesso quello che per noi è storto, per Lui è somma perfezione.


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