Diario di... inizio bici

Le strade dello sguardo: il dualismo e l'unità - Il diario di un curato di campagna di Robert Bresson/1

Di Cecilia Benassi, 09.12.13 24 Fotogrammi

Secondo una certa critica, la linea evenemenziale del Diario di un curato di campagna è quella che segue i tentativi di un giovane curato di entrare in un contatto vero con i suoi parrocchiani. Questi tentativi riscuotono tutti esiti fallimentari relegando sempre più il giovane sacerdote in una solitudine sorvegliata dall’astio e dalla durezza dei parrocchiani. A una prima rilettura complessiva delle sequenze filmiche, dunque, Diario di un curato di campagna o Del fallimento della grazia di Dio di fronte al male del mondo diventerebbe l’adeguata riformulazione del titolo della pellicola.



Tuttavia ritengo che questa lettura rechi in sé un implicito manicheismo che poco rende giustizia all’itinerario carsico che accompagna tutto il film fondandolo in un’unità d’altra natura. La prima lettura vorrebbe in qualche modo lo scontro tra Dio e il male come fulcro portante della storia; il giovane curato da una parte e i parrocchiani dall’altra sarebbero gli attori che rappresentano le avverse fazioni. Ma già il titolo del film, che riprende il titolo del libro da cui la pellicola è stata tratta (Diario di un curato di campagna di Georges Bernanos), parla un’altra lingua: non si tratta dell’anonimo scontro tra forze avverse bensì della storia di un IO che registra man mano su un diario la sua esperienza presente. L’unità è proprio la presenza di quest’uomo che vive; in lui, nel suo cuore – e non in un anonimo teatro – si consuma la battaglia tra il demonio e la vittoria del Cristo risorto a cui lui tende a conformarsi, all’interno del perimetro delle sue circostanze esistenziali. Questo emerge anche in un dialogo tra il parroco di Torcy e il giovane e inesperto curato. Il curato chiede: “Che cosa ho fatto di male? Che mi rimproverate?” e il parroco risponde: “Di essere quello che siete, e a questo non ci sono rimedi. La gente non odia la vostra semplicità, se ne difende: è una specie di fuoco che la brucia”.



Le dinamiche presentate dal film, attraverso i rapporti tra il curato e la gente del paese, sembrano volerci dire che due sono le possibili strade che si dispiegano davanti all’essere umano che s’affaccia sulla realtà: da un lato la strada dal buonsenso, dall’altro quella dell’abbandono. Le due strade si realizzano attraverso una differente posizione del cuore e dello sguardo umano. La strada del buonsenso consiste nella decisione di “non aprire gli occhi”, di “non vedere la realtà”, per non dover lottare. L’occultamento della realtà è infatti la prima via per soffocare il fuoco che in noi arde per il desiderio di incontrare, conoscere e dimorare nella verità. “Io sono rassegnata”, dice la contessa; “solo questa rassegnazione mi ha permesso di resistere per tutti questi anni”.



La rassegnazione della contessa si radica nell’esperienza della propria impotenza davanti al male, il male della morte del figlio giovane e quello dei tradimenti del marito. Lei è arrabbiata con Dio e invece di trasformare la rabbia in un’apertura, una sfida a Colui contro cui è arrabbiata la trasforma in una chiusura, una soffocante rassegnazione. Il curato non ammette il compromesso: “Non tacerò! Dio vi ha allontanato vostro figlio per un po’, ma la durezza del vostro cuore può separarvi da Lui per sempre. Se volete amore, non mettetevi fuori dall’amore”. E qui il giovane curato spalanca la porta all’altra via, di fronte alla risposta della donna (“Dio non si vendica”): “Non si mercanteggia con Dio, ci si arrende a Lui senza condizioni”.



“Quello che vi posso dire è che non c’è un regno dei vivi e un regno dei morti. Non c’è che il Regno di Dio, e noi ne simo parte”. È solo questa coscienza che abbatte ogni dualismo e la spaccatura del nostro io (cioè il buonsenso) che ci impedisce di desiderare la verità, il bene e la bellezza. “Non c’è che il Regno di Dio, e noi ne siamo parte”.


just being


Scritti: 49 articoli