The tree of life   acqua

La disperazione: il diavolo probabilmente... - Diario di un curato di campagna di Robert Bresson/2

Di Cecilia Benassi, 15.09.14 24 Fotogrammi

“La preghiera mi era in quel momento indispensabile come l’aria ai polmoni, come l’ossigeno al sangue. (…) Dietro di me non c’è nulla e davanti un muro, un muro nero. Mi è sembrato che all’improvviso qualcosa si spezzasse nel mio cuore. E se fosse solo un’illusione? I santi hanno conosciuto questo smarrimento. Mi ero steso accanto al letto con la faccia a terra. Volevo solo fare il gesto dell’accettazione totale, dell’abbandono. Dio se n’è andato da me. Di questo sono sicuro”.



La strada dell’abbandono prima delineata che apre al riconoscimento dell’unità profonda di tutte le cose conduce all’amicizia con Dio. “I santi (ovvero gli amici di Dio) hanno conosciuto questo smarrimento”, dice il curato. Dentro lo spazio di quest’unico Regno di cui tutti siamo parte penetra il diavolo tentando di staccare gli uomini dall’origine divina da cui provengono e per cui sono fatti. Bresson pare volerci dire che la tentazione della disperazione, quella che porta al rifiuto della vita, a considerare l’esperienza dello smarrimento e dell’abbandono di Dio come definitivi fino al ritirarsi dalla battaglia dell’esistenza, è l’opera del diavolo.



Quasi trent’anni dopo questa pellicola il regista francese farà un film (Il diavolo probabilmente…) a un tempo delicatissimo e straziante la cui tesi di fondo è che colui che invisibilmente lavora nelle pieghe dell’esistenza e della realtà per staccarci dal nostro cuore fino a reciderci definitivamente dal nesso vitale con la nostra origine, è il diavolo.



Questa tentazione, quella della disperazione, quella di credere definitivo l’abbandono di Dio, corrisponde alla tentazione di cercare un posto dove Dio non sia, al tentativo di nascondersi da Lui.



E questo è quello che vorrebbero fare, seppur in modo diverso, sia la contessa che sua figlia Chantal. La contessa vorrebbe che Dio la ignorasse. Chantal vorrebbe dedicarsi forzatamente solo a soddisfare le sue voglie e ad operare il male. In entrambi i casi, le due donne vorrebbero vivere come se Dio non ci fosse. Molto forti sono le risposte del curato. A Chantal che dice: “Se la vita mi delude, allora farò il male per il male”, risponde: “E allora ritroverete Dio”. Il concetto si sviluppa meglio nel suo dialogo con la contessa: “Madame, se il nostro Dio fosse quello dei pagani e dei filosofi, potrebbe anche rifugiarsi nel più alto dei cieli che la nostra miseria lo precipiterebbe. Ma voi sapete che il nostro Dio è disceso tra noi. Voi potete mostrarGli i pugni, sputarGli in faccia, batterLo con le verghe e infine inchiodarLo a una croce”. “E allora cosa volete che Gli dica?”, “Dite: Venga il Tuo regno”. “Venga il tuo Regno”. “Che sia fatta la tua volontà”. “Non posso”. “Il Regno di cui avete invocato l’arrivo è tanto vostro che Suo”. “Sia fatta la Sua volontà. (…) Un’ora fa odiavo Dio e ogni cosa nella mia vita mi sembrava a posto. Non avete lasciato nulla in piedi. Nulla”. “Donatela a Dio tale e quale”. “Oh, voi non potete comprendere. Mi credete già docile? Quello che resta d’orgoglio basterebbe…” “Donate il vostro orgoglio con il resto. Date tutto. (…) Dio non è un carnefice. Vuole che abbiamo pietà di noi stessi”.



“Che meraviglia che si possa donare quello che non si ha. Miracolo delle nostre mani vuote”, sussurra pensosamente il curato al termine dell’incontro, con lo sguardo che indugia con tenerezza e commozione tra le proprie mani aperte e il cielo che lo sovrasta. E pare che proprio in questo sguardo pieno di tenerezza su di sé, in questa percezione chiara e amorosa del proprio io e della sua pochezza – pochezza tuttavia così amata che Dio è morto per essa – si affermi la vittoria sul demonio. 


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