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Mark Lanegan Band: Blues Funeral

Di Gabriele Scanziani, 10.07.13 Il disco della settimana

Dire che Mark Lanegan ha una voce particolare sarebbe banale. Chi lo ha ascoltato, dal vivo o in qualche disco, sa bene che il suo tono baritonale è unico. Il sito Pitchfork, portale online di recensioni musicali che raramente è tenero con gli artisti, definisce la voce di Lanegan “graffiante come una barba non fatta da tre giorni e flessibile come un mocassino di pelle” (fonte). Anche chi, come il sottoscritto, non è un fan del rock alternativo non può non rimanere colpito, affascinato, quasi stregato dalla voce di Lanegan che, attraverso le vibrazioni delle proprie corde vocali, riesce a trasmettere un misto di tristezza e seduzione.

Mi sono documentato e ho saputo che Blues Funeral non è generalmente considerato uno dei migliori lavori della Mark Lanegan Band, tutto sommato a me, che non conosco in toto la sua discografia, l’album è piaciuto molto. Sembra un incrocio tra un film di Rodriguez e una di quelle pellicole alla Wim Wenders, in cui lo spettatore non esperto non capisce un granché, ma non può fare a meno di rimanere incollato allo schermo.

Con la prima traccia dell’album, The Gravedigger’s Song, Mark Lanegan non bussa alla porta, la sfonda a colpi di calci, pugni e testate. “With piranha teeth/I've been dreaming of you” canta Lanegan, letteralmente "ti ho sognata con i denti di un piranha". Ora, solitamente presto molta attenzione ai testi e difficilmente accetto di buon grado una scrittura priva di senso. Il punto però non è tanto quello che Lanegan dice, ma come lo dice. Quel suo tono, il suo modo di interpretare i testi che scrive, mi rende accettabile e accattivante qualsiasi parola gli esca dalla bocca.

Blues Funeral è un disco con una grande contaminazione elettronica, dalle percussioni ai synth che fanno da sfondo alla voce di Mark Lanegan. Mi riferisco a tracce come Ode to San Disco o Harborview Hospital, in cui si mischiano due stili e due generi differenti: una voce alla Tom Waits e una base strumentale in background alla Tangerine Dream, in perfetto electro rock ma con il solito colore grigio scuro tipico del modo di fare musica del cantante statunitense.

La canzone che ho apprezzato maggiormente è Leviathan, decima traccia dell’album. Mi ha fatto scavare nel mondo musicale di Mark Lanegan fino in fondo, mi ha fatto vedere i suoi demoni. Ho incontrato il Leviatano di cui parla nel testo, “Leviathan waits in the water/Skeletons hide in the trees”, ho visto il mostro che il cantante esorcizza attraverso la sua musica. E, devo ammetterlo, ne sono rimasto incantato.

Mark Lanegan suonerà dal vivo a Lugano come ospite del LongLake Lugano Festival.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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