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I giovani combattenti del cinema indipendente americano, tra Van Sant e McCarthy

Di Cecilia Benassi, 23.09.13 24 Fotogrammi

Lo sguardo si sofferma oggi su due eminenti esemplari del cinema indipendente americano degli ultimi anni. Una pellicola è dell’amato Gus Van Sant, Paranoid Park del 2007, e l’altro è del giovane regista che pur con discrezione ha fatto sentire la sua voce nel mondo cinematografico internazionale, Tomas McCarthy con “Win win” (Mosse vincenti) del 2011.



Due film profondamente diversi, uno introverso sottotono poetico e doloroso, l’altro vivace ironico simpatico e colorato. Mi ha colpito tuttavia come questi due registi così diversi, con due storie così diverse e con uno stile così diverso si confrontino con temi molto simili, come il tema dell’errore, della menzogna e del senso di colpa; dello sport come universo profondo e umano; della famiglia, intera o distrutta; della solitudine.



Ed entrambi i film, in modi molto diversi, sembrano articolarsi intorno alla figura forte di questi adolescenti che soffrono e lottano, giovani combattenti innocenti eppure feriti, marchiati a fuoco dall’indifferenza e dall’immaturità degli adulti che li circondano.



Questi giovani sono solidi e forti, eppure profondamente fragili. La forza si concentra nel loro silenzio, un silenzio e una discrezione in cui si barricano quasi senza accorgersene diventando scrigni inespugnabili di un tesoro sommerso e inattingibile. E proprio nella fragilità che nascondono si sprigionano alcuni dei pezzi più pregiati contenuti nello scrigno; le fragilità derivanti dalle ferite che hanno subito, e attraverso le quali la loro giovinezza è tormentata tanto quanto la loro coscienza è spinta a combattere per guadagnarsi una liberazione.



Senza la potenza espressiva dei due giovani protagonisti, e senza la centralità del loro ruolo così come i registi hanno voluto delinearlo, le due pellicole perderebbero espressività ed equilibrio. In Kyle di Win win e in Alex di Paranoid park prende forma un individuo che ha un valore assoluto e ineguagliabile; nessun sistema – anche il più perfetto – potrebbe competere con il valore infinito dell’irripetibilità di uno solo di questi  singoli individui, che sono come degli interi cosmi in piccolo, dei microcosmi.



Eppure c’è da dire che la sensazione di speranza e di positività che ci invade mentre termina la storia di Kyle è molto lontana dalla poetica tristezza che sigilla, con un falò che non può cancellare i fatti accaduti e una doccia che non può lavare via la memoria delle cose viste, l’iter silente di Alex.



La dinamica di redenzione che in Win win ci solleva e conforta sembra essere una strada introvabile all’interno della Portland vansantiana, dove non c’è nessuno che può ascoltare, nessuno che può perdonare, nessuno che può aprire la luminosa strada della seconda – e terza, e quarta, e quinta… – possibilità.


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