Vlcsnap 2013 07 08 16h47m40s14

"Skate in danza chiusa". Paranoid Park di Gus Van Sant

Di Cecilia Benassi, 30.09.13 24 Fotogrammi

Non si può dire che non abbiano grazia questi ragazzi che vanno sullo skateboard come se disegnassero con le loro lievi piroette la coreografia di una danza; sembrano senza peso, e con eleganza di libellule si spostano da zone di luce a zone d’ombra. Entrano nel fascio di luce che bagna il cemento con quelle loro tavole su ruote e ne escono varcando le soglie dell’ombra, sempre armoniosamente.



Mentre solo “skateano” si dileguano i rumori della realtà; gli skate non rollano sulle rampe e la pesantezza della materia svanisce. A tratti li accompagna una musica lieve come uno xilofono, poi il silenzio totale; solo la danza silente del ragazzo sullo skate – ragazzo e skate: una sola cosa che scivola dolcemente sulla superficie innocua e intatta della realtà. La camera del regista danza con loro e anche per noi, questa camera a mano che si accorda al movimento dei danzatori, è un aggancio – ci lega come con una corda a distanza a quei balli da surfisti, e anche noi percepiamo che – danzando – il mondo pare pulito e senza peso. Questa leggerezza che evoca un altro mondo che sembra essere in qualche modo il mondo innocente della giovinezza dei ragazzi vansantiani; la purezza luminosa e delicata della danza degli skate è in qualche modo il prender forma dell’interiorità ancora intatta di questi giovani, costretti in un mondo che non sa prendersi cura di loro e che li ferisce duramente con la sua corruzione.




La loro innocenza è ingenuità, ed è una condizione di totale e profondo disarmo di fronte ai fatti crudi della realtà. Il regista ci dice che Alex intuisce confusamente ciò che ama e che lo rende felice ma non ha gli strumenti per perseguirlo, prima di tutto la libertà. Non è libero; se la giovane fidanzatina pretende le sue attenzioni, il suo affetto e il suo corpo, lui non si oppone subendo tutto con l’apatia di chi sa che è altro quello che desidera.



E così Alex si muove solo e senza parole, con la sua tavola sotto il braccio, in un mondo privo di padri e di madri, in un mondo ch’è vuoto d’amore. Numerosissimi sono nella pellicola i momenti in cui lui è solo, i momenti di stasi ed immobilità, in cui c’è un silenzio delicato e violento insieme, un silenzio che reca il suo candore insieme all’indifferenza di quegli adulti che lo impongono.



In questa solitudine, comunque e sempre invasa dalla luce, lui attende. Attende una chiamata di suo padre, attende delle notizie, attende qualcosa che lo venga a salvare dal senso di colpa che assedia la sua memoria visiva come uno spietato rapace, che nemmeno la lunga doccia ha potuto ripulire. Ecco, questa doccia è probabilmente, insieme alle splendide scene di skate, la scena centrale del film, oltre a quella in cui lui si desta un mattino all’interno di un gazebo totalmente immerso nella natura e pervaso dalla bellezza luminescente dei verdi e delle policromie di alberi cielo e fiori. 



Al minuto 47, per più di due minuti e mezzo, nella notte dell’incidente e dell’immensa solitudine, Alex entra in doccia e la camera del regista va con lui, fermandosi sul suo volto affranto. Il nostro giovane si spoglia e nasconde gli abiti macchiati di sangue, poi si rifugia in doccia; a quel punto, solo silenzio e acqua che scende.



La sua testa si piega e lo scroscio dell’acqua si fa più intenso fino a essere sopraffatto da un rumore fastidioso tendente a divenire assordante. Da quel momento il film cessa di riprodurre l’oggettivo suono esterno del cadere dell’acqua, per spostarsi ad amplificare la percezione interna del protagonista. Lo scroscio della doccia si fa sempre più intenso ed avvolgente; riempie tutto lo spazio e infine si trasforma nei rumori di quella notte allo svincolo ferroviario. Con questa doccia Van Sant ci mostra il commovente tentativo di Alex di lasciarsi ripulire da un male che non avrebbe mai voluto compiere. Ma questo chiaramente non basta. Come non basta nemmeno l’ultimo tentativo suggeritogli dall’amica, l’unica cara amica, l’unica persona in tutto il film che posi su di lui uno sguardo di affetto e di bontà.



Non può un falò ripulire un’anima, e non può un monologo narrativo, un racconto autobiografico, permettere a qualcuno di ripartire dopo aver commesso un grave errore. Non può farlo se non c’è nessuno che possa ascoltare, nessuno che possa leggere, nessuno che possa accogliere, nessuno che possa perdonare. Non c’è una seconda possibilità in un mondo senza amore, senza redenzione, in un mondo che non conosce la bontà del Signore dell’universo.


just being


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