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Il momento della verità dei Gang Starr

Di Gabriele Scanziani, 24.07.13 Il disco della settimana

Giro per strada e noto ragazzini che indossano orgogliosi dei cappellini New Era, sfoggiando le loro Air Jordan parlano di “ghetto” e conoscono a memoria ogni rima dei Club Dogo. Li guardo, rido e scuoto la testa. È tutto diverso rispetto a quando il rap era una disciplina che faceva parte di una cultura ben precisa, quando i protagonisti di questa cultura davano un significato profondo ad ogni pezzo, quando ogni rima era pensata, scritta e interpretata come la parte di un disegno più ampio: la canzone.

Molte groupies dell’ultima ora non conoscono le origini di questo genere musicale. Ti fermi a parlare con loro e ti rendi conto che nomi come Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa o Dj Kool Herc non significano assolutamente nulla per questa generazione di fenomeni, per citare gli Stadio. Come si fa a fargli capire che la Rock Steady Crew non è un gruppo folk rock di Chattanooga e che The Sugarhill Gang non è il nome di una nuova bevanda zuccherata?
È la solita vecchia storia, manca l’interesse e la voglia di documentarsi. Mentre penso a un buon disco da recensire questa settimana, un’idea mi illumina il cervello, lasciandomi con un sorriso da ebete.

Era il marzo del 1998, io ero solo un diciottenne appassionato di black music. Avevo un vicino che mi ha fatto conoscere il vero soul: Nina Simone, Bobby Womack, Solomon Burke, Isaac Hayes e quasi tutta la produzione della Motown. Spulciando tra i dischi di un amico mi capita per le mani un vinile con, in copertina, due afroamericani in piedi nell’aula di un tribunale, davanti ad un giudice bianco. Leggo il titolo del disco e subito mi ispira: Moment of Truth. Loro sono Guru e Dj Premier, i Gang Starr.



Si tratta di una band che ha messo le cose in chiaro già dal primo disco, No more Mister Nice Guy, uscito nel 1989 insieme alla grande ondata delle liriche conscious, capitanata dai De La Soul o dai Jungle Brothers. Gente che riusciva a fondere jazz e hip hop, creando un suono mai sentito prima. Era un periodo di fermento, un momento in cui ci si voleva sentire vivi e che valeva la pena di vivere.

Torniamo alla camera di quel mio amico e a me con quel vinile in mano. Dalla prima traccia mi sono innamorato, non posso smettere di muovere la testa a tempo. Quelle canzoni scandiscono il mio battito cardiaco e portano con sé un bagaglio antichissimo. Grazie al sampling, si può godere la migliore musica al mondo. In quel disco c’è Monk Higgins, i The Manhattans, c’è Nat Adderley e Paul Horn. Ci si trova perfino Jeff Beck. I campionamenti sono studiati e costruiti come farebbe un compositore, tale è la cura che con gli amici si fa la gara a chi riesce a scoprirli per primo.

Nello stesso anno sono uscite moltissime perle. Ricordo Mos Def e Talib Kweli con Black Star, Soul Survivor di Pete Rock, A Tribe Called Quest con The Love Movement, Aquemini degli Outkast o il primo disco incredibilmente ignorato di Devin The Dude. Tutti lavori di qualità, ma Moment of Truth è qualcosa di diverso. Caspita, qui si parla di 78 minuti e 30 secondi di pura goduria, mica è facile trovare un disco in cui è tutto come dev’essere: la musica magistralmente composta, le lyrics intense e bilanciate, il tutto impacchettato in un editing semplicemente perfetto.

Dov’è finita quella combinazione? Che fine ha fatto nella giungla dell’apparenza che avvolge molta della black music di oggi alla gola con la forza di un boa constrictor? In un mare di mota, ecco dov’è finita. Nelle galassie di melodie ritrite e vuote come plastica, illuminate dall’Auto-Tune dell’Antares, dove chiunque è un mago in studio e sono tutti pietosi dal vivo.
In una bella intervista di Davey D, spedito dal magazine The Source ad intervalli regolari per chiacchierare con le più grandi personalità Hip Hop degli ultimi 25 anni, le parole di Grandmaster Flash suonano attuali oggi più che mai, anche se risalgono al lontanissimo 1993.

Quello che trovo interessante è il fatto che l’Hip Hop può attingere da ogni altro genere di musica, ricreare, riformare, riorganizzare e metterci la poesia sopra. Questo è l’Hip Hop. Questa era la parte più positiva. Ora, come per ogni cosa che non amo particolarmente, cercherò di spiegarmi nel modo più chiaro possibile. Io, Bambaataa e Kool Herc abbiamo piantato un seme. Questo seme è come quello di un albero. Questo albero ha un tronco enorme e si divide in parecchi rami e foglie. Le foglie simboleggiano ogni tema diverso di cui si può parlare. Se si pensa alla storia dell’Hip Hop, abbiamo avuto artisti che parlavano di idee socialmente significative e altri che parlavano di qualcosa di più freddo o leggero, come un nuovo paio di scarpe da ginnastica. C'è stato un tempo in cui tutti questi temi venivano affrontati. Ma ciò che è successo è che noi come musicisti abbiamo smesso di utilizzare appieno questo albero. In questo momento, sento come se questo albero si stesse piegando. Con questo intendo dire che stiamo mettendo troppo peso su un lato della pianta, quando invece questo particolare genere di musica ci permetterebbe di parlare di molte cose” (da “The Source” nr. 50, novembre 1993, int. cit.).

Non c’è niente da fare. Musica e moda non sono la stessa cosa e questo è il mio Moment of Truth.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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