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Canto e silenzio nel film "Des hommes et des dieux"

Di Cecilia Benassi, 25.07.13 24 Fotogrammi

Io ho detto: "Voi siete dei, siete tutti figli dell'Altissimo. Eppure morirete come ogni uomo, cadrete come tutti i potenti". Sal 81
(Frase d'esordio della pellicola)



Il film racconta le vicende del Monastero trappista Nostra Signora dell’Atlas, a Tibhirine in Algeria, che nel 1996 subì un attacco da parte di aggressori ancora non identificati (una delle ipotesi è che siano stati i fondamentalisti islamici) che sequestrarono e uccisero sette degli otto monaci che lì vivevano la loro vocazione. La piccola comunità monastica aveva stretto un legame di grande fraternità e di aiuto con la popolazione musulmana del luogo. Quando cominciarono ad arrivare i primi attacchi violenti alla popolazione, per i monaci si pose il dilemma: rimanere in mezzo agli attacchi, a rischio della vita, per vivere fino in fondo il proprio voto di stabilità e l’offerta di sé nella condivisione del destino del villaggio o partire, spostando in via provvisoria o definitiva la locazione del monastero.



La pellicola di Beauvois varca le soglie della vita del monastero nelle sue ultime settimane di vita: mostra la fraternità di rapporti che vigeva tra i monaci e gli abitanti del villaggio, e il dramma interiore e comunitario che ognuno di loro e tutti loro insieme vissero nel discernimento che li avrebbe portati a comprendere la volontà del Signore come l’invito a restare con gli altri uomini fino alla fine.



L’aspetto musicale della pellicola, tra le musiche del villaggio, i canti e i lunghi e profondi silenzi della vita monastica, ha un valore molto particolare. Si potrebbe dire che sia un caso unico nel suo genere. Il film è molto essenziale e in esso il regista e la sua troupe hanno lavorato in una direzione che li portasse a rappresentare nella più estrema semplicità ed essenzialità la vita interiore ed esteriore di questi monaci. Per lo più, dunque, il sottofondo cinematografico è silenzioso: all’interno della vita monastica questo sottofondo diventa silenzio puro, nel resto si popola del vocìo delle persone, dei rumori della natura e dei lavori svolti, e delle intimidazioni armate.

La vita di una comunità monastica è tuttavia profondamente caratterizzata dalla musica, una musica che prende forma concreta nel canto dei salmi, per il quale si radunano sette volte al giorno per un totale di circa quattro ore di canto. Il regista e i suoi collaboratori hanno preso l’ardua decisione di costringere la loro troupe attoriale a prendere lezioni di canto monastico, affinché potessero essere loro in persona, durante il film, a cantare i salmi con le melodie trappiste. Scrive il co-sceneggiatore della pellicola: “Sotto gli occhi dello spettatore, i monaci canteranno la loro vita e vivranno il loro canto. Sino alla fine. Questa sfida è rischiosa. Sarà applaudita dalla critica? Pubblico compreso?”.



La strada scelta, per quanto rischiosa e innovativa, era tuttavia necessaria: negli scritti dei veri monaci di Tibhirine si legge a un certo punto: “Le parole dei salmi resistono, fanno corpo con la situazione di violenza, di angoscia, di menzogna e di ingiustizia”. Erano proprio queste parole cantate a creare dall’alto l’unità della comunità consegnandoli a Dio, e fungendo anche da armi con le quali resistere interiormente all’attacco violento dei nemici.



In questo caso è più che mai pertinente parlare di canto come del tramite totale attraverso cui tutto il contenuto della scena, da quello profondo e invisibile a quello più descrittivo, si esprime in una forma dove bellezza e sinteticità si incontrano armoniosamente.
La stessa cosa avviene nella scena che precede quella finale, dove i monaci, presa ormai unanimemente la decisione di rimanere, cenano insieme, profondamente consapevoli di ciò a cui vanno incontro. La morte del cigno di Tchaikovskij accompagna questa ultima cena in silenzio, dicendo tutto quello che sarebbe impossibile tradurre in parole.



Ecco un video ch'è un assaggio dal film di ciò su cui abbiamo riflettuto.
 


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