The woodworker large

Mattia B. - Falegname

Di Gabriele Scanziani, 17.04.13 Senza me

Stamattina c’è stata una spruzzata di neve, mi stringo nel cappotto mentre il freddo mi colpisce in viso, inesorabile. Ho sentito Mattia per telefono la prima volta e non è stato facile convincerlo a parlarmi di sé. Più difficile ancora domandargli di farlo a casa sua, ma alla fine ha ceduto quando gli ho detto che il suo cognome non sarebbe mai comparso. Mi avvicino alla casetta gialla dove vive con la moglie e la figlia, suono il campanello e mi apre un uomo sulla cinquantina, barbuto, dall’aspetto un po’ burbero e con lo sguardo lievemente corrucciato. Rimango un attimo in silenzio e poi mi presento, lui mi scruta dalla testa ai piedi e mi dice: “Se proprio dobbiamo fare questa cosa, sarà meglio che entri in casa, non crede?”. Io non ribatto e lo seguo, sperando di non infastidirlo troppo.
Mattia si siede davanti al camino e mi fa cenno di accomodarmi davanti a lui, mi siedo e cerco di tranquillizzarlo dicendogli che non avrei registrato niente. Lo scoppiettio della legna fa da sottofondo alla mia voce mentre gli dico che non si tratta di una vera e propria intervista, ma sarà più una chiacchierata. Lui mi esamina con lo sguardo poco convinto, capisco che non ha cambiato opinione e accetto il fatto che probabilmente non la cambierà.
Comincio domandandogli cosa significa il suo lavoro e mi risponde con un'unica parola: fatica. Rilancio e gli chiedo se, oltre alla fatica, ottiene anche qualche soddisfazione da quello che fa. “La fatica è la soddisfazione”, afferma senza pensarci. Le sue risposte monosillabiche non mi intimoriscono, gli domando di approfondire, di spiegarsi meglio. Mi dice che, a suo parere, i giovani oggi non sanno più cosa vuol dire faticare, non conoscono la soddisfazione del lavoro manuale e si fanno troppo prendere dallo stress e dalle paranoie della nostra società. Gli domando come mai questo accade secondo lui, mi risponde secco: “La nostra società ti fa credere di aver bisogno di tante cose, tutte inutili. La gente si prende l’ultimo modello di telefonino, la televisione, il computer, ma poi non sa più cosa vuol dire essere contenti del proprio lavoro”. Gli chiedo se lui è contento del suo, finalmente mi sorride mentre annuisce. Lentamente supera le differenze che vedeva fra me e lui e la smette di darmi del “lei”.



“Tu che lavoro fai?”, mi chiede. Gli rispondo con una battuta e gli dico che rompo le scatole alle persone come lui. Sorride ancora. Approfitto del momento per domandargli come mai, tra tutti i mestieri in cui poteva faticare a volontà, ha scelto proprio il falegname. La sua risposta è spiazzante per quanto è semplice: “perché mi piace dare vita alle cose”. Sorride per la terza volta mentre mi racconta di quanto spesso la gente gli porti un mobile, un tavolo o una sedia scassata, convinti che l’unica alternativa sia buttarla via. Dice che è “una goduria” vedere lo sguardo incredulo dei clienti quando lui rimette a nuovo quella che loro avevano già condannato ad essere spazzatura: “in qualche modo cambio le opinioni delle persone”. Gli domando come vede il suo lavoro fra vent’anni, se ci saranno persone con la stessa voglia di dare nuova vita agli oggetti. Mattia si accende una sigaretta, fa un sospiro e mi dice: “viviamo in un mondo di plastica, oggi tutti si montano la casa da soli con un cacciavite, comprando mobili che non sono fatti per durare una vita”. Annuisco e gli do ragione mentre, nel profondo di me stesso, mi vergogno quasi di fare parte della categoria di cui sta parlando. Nonostante l’inizio difficoltoso mi rendo conto di quanto mi stia arricchendo questo scambio con un uomo all’apparenza austero ma che in realtà ha un sorriso solare, che centellina e concede raramente, come un regalo prezioso.  Per chiudere gli domando come, secondo lui, sarebbe il mondo senza falegnami. Ci pensa un po’ su, spegne la sigaretta e mi dice che -fino a quando lui avrà “fiato nei polmoni”- il mondo non corre questo pericolo.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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