1006 hrbp 10 z the allman brothers band mercury album cover

Chi ben comincia: il fantastico esordio degli Allman Brothers

Di Gabriele Scanziani, 07.08.13 Il disco della settimana

L’ondata del gran caldo mi debilita. Sono chiuso in casa cercando di mantenere tutto all’ombra, il mio studio è ormai buio quanto una grotta preistorica. Do un’occhiata a qualche disco e mi rendo conto che non ho ancora mai parlato degli Allman Brothers. Mi alzo e vado verso lo stereo, tiro fuori il vinile dalla custodia, accendo il giradischi e comincio a godermi la musica. Il ventilatore smuove l’aria nella stanza senza troppo rumore e io riesco a concentrarmi completamente sul primo disco della Band: The Allman Brothers Band.

La chitarra di Duane Allman arriva come un bicchiere d’acqua fresca. Nonostante conosca a memoria ogni passaggio del loro primo album, non smettono mai di incantarmi. La storia degli Allman Brothers è costituita sia da successi che da grandi perdite, vi si scorge sia musica di enorme qualità che canzoni poco più che decenti. Nella musica rock blues la realtà dei fratelli di Jacksonville è di difficile analisi. Resta indubbia la loro magnificenza, palese il loro gusto musicale e grandiose le loro interpretazioni. Almeno fino a quel venerdì di ottobre nel 1971, in cui Duane Allman morì schiacciato in un incidente stradale.

Per la maggior parte della sua vita Duane era inseparabile da suo fratello Gregg Allman. Cresciuti tra Daytona Beach e Nashville, i due sviluppano presto una spiccata passione per la musica e iniziano a suonare insieme. Finiti i loro apprendistati calcano diversi palchi, un po’ di qua e un po’ di là con il nome di Allman Joys. Ai concerti la gente li accoglie bene ma, quando suonano musica originale, le espressioni di incredulità e incomprensione prendono lentamente forma sui volti del pubblico. I contadinotti del Tennessee vogliono il folk, non sono interessati alle evoluzioni di Duane e della sua chitarra elettrica. Vogliono il country, vogliono un banjo. Vogliono il seno di Dolly Parton, non i capelli lunghi dei fratelli Allman.



Il gruppo compie una metamorfosi, la prima. Si spostano a Los Angeles dove formano gli Hour Glass e, nell’arco di un anno, riscuotono finalmente il successo diventando The Allman Brothers Band. È la primavera del 1969 e il cambiamento si respira. È nell’aria. Di lì a qualche mese un festival di tre giorni nello stato di New York modificherà per sempre l’idea di concerto dal vivo, è il tempo di Woodstock.

Quello di Los Angeles è stato un periodo stranissimo. Io ne ero terrorizzato. Non abbiamo neanche suonato moltissimo in quel momento. Cioè, i posti dove suonare c’erano ma volevano altra musica. Non era facile. Io comunque non ero mai stato oltre il Mississipi e quando siamo arrivati a Los Angeles me la facevo addosso. Non avevo mai visto tanta gente tutta insieme. Il nostro primo concerto l’abbiamo fatto a quello che oggi si chiama l’Aquarius Theater, ma allora si chiamava l’Hullaballoo Club. Abbiamo suonato con i Doors quella sera, ricordo che le mie gambe tremavano dalla paura, ci saranno state 2000 persone in quel buco! Riuscivo appena a cantare.” (cit. Guitar Player, Intervista a Gregg Allman, ottobre 1981).

Mentre i gruppi affermati stanno sul palco di Woodstock, dall’altra parte degli Stati Uniti un intero sottobosco di giovani band si esibisce nei vari locali, baretti fumosi e concerti improvvisati. Il periodo vede lo svilupparsi di grandi gruppi come i 17th Floor Elevators, i Blues Magoos, i The Seeds e molti altri. Nessuno di questi però stamperà mai un disco dello stesso valore rispetto al primo degli Allmann Brothers.



Il loro è con tutta probabilità il miglior album di esordio mai registrato da un gruppo blues/rock americano. Un’aperta, audace e potente collezione di sentimento, scandita dall’urlo della chitarra di Duane e dipinta sullo sfondo dei colori caldi, tipici del Sud. Chi li saprà cogliere, scorgerà alcuni germogli dell'era psichedelica in “Dreams”. Intanto, il riff di "Whipping Post" è un’esplosione che mi regala diversi brividi sulla spina dorsale, galleggio in aria leggero grazie al groove di questa canzone, mentre la realtà va in dissolvenza intorno a me. Il gusto, l’equilibrio e la composizione dei pezzi rende l’ascolto perfetto e getta le basi per vent’anni di rock/blues a seguire. Joe Bonamassa, Popa Chubby e Stevie Ray Vaughan non avrebbero senso di esistere senza questo disco. Di solito non sono tenero con le cover, ma “Trouble No More” fatta dagli Allman renderebbe orgoglioso anche quel vecchio mal mostoso di Muddy Waters.

Se dovessi dare un voto a questo disco non gli regalerei il massimo solo perché gli Allman Brothers hanno fatto ancora meglio con Idlewild South, raggiungendo poi vette impensabili con il live album At Fillmore East. Senza dubbio però The Allman Brothers Band è uno dei migliori, se non il migliore, disco di debutto che un gruppo abbia mai registrato.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
Scritti: 163 articoli