Beastieboys licensetoill front

Come ti cambio la musica: i primi Beastie

Di Gabriele Scanziani, 14.08.13 Il disco della settimana

Tre ebrei bianchi, provenienti dalla media borghesia di New York, che fanno la musica più nera degli ultimi trenta anni. Di per sé già questa è una contraddizione. Leggendo queste poche righe si potrebbe facilmente pensare che, con queste premesse, questi tre ragazzotti non potranno mai avere successo in quello che fanno. Sbagliato. Il loro primo disco ha venduto più di 9 milioni di copie nei soli Stati Uniti e il gruppo in questione sono i Beastie Boys.

Qualche mese fa, per la precisione a maggio, la rivista musicale americana “Pulse” ha chiesto a Jon Shecter, uno dei fondatori di “The Source”, di stilare una classifica dei 25 migliori album nella storia dell’hip hop. Nella lista, l’unico disco registrato da bianchi è Licensed to Ill, primo LP dei Beastie Boys.



Nel lontano 1986 l’hip hop era appannaggio esclusivo degli afroamericani, tre ragazzetti bianchi della New York dabbene non potevano nemmeno avvicinarsi alle feste. Figuriamoci fare un disco. Sono incerto sul numero di neri che non si vergognano di essere ammiratori dei Beastie Boys. Probabilmente non ve ne sono molti, ma di sicuro il trio newyorkese gode di parecchio rispetto fra gli appassionati del genere.

I tre iniziano da giovani mettendo in piedi una band punk rock. Non gli va neanche male, aprono i concerti dei Dead Kennedys, dei The Misfits e dei Bad Brains. Poi registrano il singolo “Cooky Puss”, una sorta di folle mix di hip hop sperimentale che li vedrà spostarsi definitivamente su quel tipo di musica. In realtà però è praticamente impossibile ricondurli ad un genere vero e proprio, dato che la loro discografia sconfina a più riprese nel rock.



I Beastie Boys non sono il gruppo che ci si aspetta. Sono una realtà totalmente nuova:  non fanno rock, non fanno heavy metal, non fanno punk, non fanno rap. Eppure, alla fine, sono tutte queste cose nello stesso momento. Sono fuori da tutto e dentro qualunque categoria attuale della musica.”

Diceva Rick Rubin nel 1986, mentre aveva da poco prodotto il loro primo disco, in piena scalata delle classifiche statunitensi. Il problema è che il valore musicale dei Beastie Boys fu allora messo in secondo piano rispetto alla loro celere ascesa verso l’olimpo. In parte per via dell’esplosione della bestia hip hop, che aveva da poco divelto il cancello del recinto in cui sembrava costretta, in parte a causa di fattori che esulano dalla musica. La cosa davvero insopportabile per l’establishment non fu tanto il linguaggio scurrile, la ballerina seminuda che danzava in gabbia durante i concerti, l’enorme fallo di gomma che si innalzava ondeggiante ogni volta che partiva “(You Gotta) Fight for Your Right (To Party!)”, le camere d’albergo sfasciate, la polizia sbeffeggiata. Il vero motivo dell’astio nei confronti dei Beastie è semplice quanto infantile: i tre ragazzini bianchi avevano sfondato facendo musica da neri, per neri. Inoltre, così facendo, avevano conquistato un pubblico di giovanissimi che non consideravano la questione razziale come la cosa centrale della cultura hip hop. Lo scossone era imminente. Quei tre avevano inconsciamente gettato le prime basi per il cambiamento.

Intanto i Beastie Boys erano in costante ascesa, la loro performance ai Grammy Awards del 1986 passò alla storia e i loro album successivi incantavano tutti. Il pubblico bianco poteva apprezzare i brani che facevano l’occhiolino all’hard rock, come la chitarra dello Slayer Kerry King in “No Sleep Till Brooklyn”, mentre quello nero amava i pezzi più hardcore, “Hold It Now, Hit It” su tutti.
Essendo così bravi e facendo un tale rumore fuori e dentro la cultura hip hop, cominciò un’opera di demolizione mediatica senza precedenti per l’epoca. A capeggiare la squadra dei bigotti vi erano i media inglesi, Daily Mirror in testa, che si prodigavano nella conversione delle coscienze cercando in ogni modo di instillare nel lettore la percezione che i Nostri fossero il male peggiore del secolo scorso dopo Adolf Hitler.

Per fortuna i collitorti inglesi non hanno avuto nessuna presa, ai Beastie Boys non poteva fregare di meno del pensiero dei giornalisti, atteggiamento questo che li rendeva ancora più cool agli occhi dei fan. Musicalmente poi sono sempre stati avanti di qualche anno rispetto ai loro altri colleghi. Hanno inventato il crossover fra rock/metal e rap, insieme agli amici Run DMC, trovata impensabile per chiunque, hanno fatto sentire il punk ai b-boys più fieri, hanno fatto amare il jazz ai rocker e fatto pezzi trip-hop quando nessuno aveva mai sentito un suono come quello.

Il motivo per cui reputo Licensed To Ill un bellissimo disco esula dal semplice ascolto musicale. Indubbiamente, da quel punto di vista, si tratta di un album che ha una qualità fuori dal comune, sia per l’hip hop dei primi anni ottanta che per quello contemporaneo. Ciò che trovo davvero straordinario però è lo spirito della band. Con il loro apparente menefreghismo, l’unico lavoro a cui si sono dedicati è stata la musica. Questo li ha resi uno dei gruppi migliori di sempre. Sono riusciti a fare quello che volevano fare senza dover rendere conto troppo alla label, sono stati fra i responsabili, insieme a LL Cool J, dei primi grandi successi di Def Jam. Insomma, hanno fatto la storia e, ancora oggi, appaiono come i più simpatici adolescenti cresciuti che il panorama musicale possa proporre. Inoltre, crescendo, hanno migliorato la loro scorza burina, divenendo artisti di spessore e mantenendo la loro verve ironica. Per chi non lo accetta, è difficile non rodersene.


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
Scritti: 163 articoli