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Herzog, Pardo d'oro alla carriera. "Non perdete tempo nelle scuole di cinema"

Di Chiara Gaiani, 20.08.13 24 Fotogrammi

Questo Pardo lo condivido con tutti i miei ‘occhi’, con tutta la mia gente, chi ha lavorato con me.” Werner Herzog con queste parole ha ricevuto il Pardo alla carriera, durante il 66° Festival del film Locarno.

Il gesto di ritirare il premio non come un 'eroe solitario', ma accompagnato dai suoi due cameraman –  i suoi 'occhi' – , ben rappresenta l’umiltà viva di questo regista, sceneggiatore, produttore e scrittore tedesco: “non giro film normali perché gli altri sanno farlo meglio di me” [intervista a Che tempo che fa, 2008].

Tra i film presentati a Locarno troviamo quelli girati con Klaus Kinski, attore con cui visse durante gli anni giovanili e decisivo per la sua vocazione cinematografica, come Aguirre furore di Dio (1972) e il più noto Fitzcarraldo (1982); alcuni documentari, come Grizzly Man (2005) e L’ignoto spazio profondo (2005); fino a film più recenti come My Son, My Son, What Have Ye Done (2009).

Herzog all’interno del Festival ha tenuto una Masterclass dove, ai tanti giovani appassionati, ha detto: “Non perdete tempo nelle scuole di cinema. È meglio fare quattro giorni a piedi perché è un’esperienza che ti permette di conoscere il mondo. E poi leggete tanto, perché vi apre ad altre esperienze. Tirate su figli, è un’esperienza essenziale. Chi ha dei figli è più radicato nella realtà rispetto a chi non ne ha”.

Un’arte che nasca dal vivere e non dal pensare, dalla concretezza e non dalla teorizzazione, nel cinema come nella letteratura è l’unico modo possibile di fare arte e i lavori di Herzog ne sono conferma.

Il suo ultimo film non documentario, My Son, My Son, What Have Ye Done? (2009), che vede David Lynch come produttore, prende le mosse dall’omicidio della madre da parte di Mark Yavorsky, in seguito dichiarato innocente per insanità mentale. Ispirarsi a un fatto di cronaca nera è marginale nel lavoro di Herzog, a cui non interessa ricostruire storie, ma raccontare realtà.

Il rosa domina ogni scena: è il rosa dei fenicotteri, ‘aquile drag queen’ di cui si circonda Brad. Un rosa che invade pareti, tende, cuscini e porcellane. Lui e sua madre vivono in questo splendore accecante (razle dazzle) che è sì reale, ma non realistico. 

Allo stesso modo Brad, che recita insieme alla fidanzata in una rappresentazione teatrale dell'Orestea di Eschilo, perde ogni coordinata del mondo reale, coordinate che vengono sostituite con quelle del personaggio di Oreste, da lui interpretato.

"Alcune persone interpretano un ruolo, altre invece hanno una parte" [Brad]

E la sua 'recitazione' è estremamente lucida e concreta, fino all'epilogo perfetto e concluso.

Herzog, che durante la Masterclass ha affermato "la fisicità si radica nell'esperienza",  si mette con lo spettatore al centro della scena, a fianco del protagonista, per interrogare la sua lucida follia alla ricerca di un dialogo che non può avere luogo: a luci spente, il film ci ha lasciato smarriti e inquieti. Rimangono nelle orecchie le note drammaticamente allegre di 'Valente Quintero'.

 


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