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Venezia, 70° edizione del Festival del Cinema. Uno sguardo sui film in concorso.

Di Chiara Gaiani, 22.08.13 24 Fotogrammi

La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia arriva quest’anno alla 70esima edizione: un traguardo storico celebrato grazie al contributo di settanta autori da tutto il mondo che hanno realizzato per l’occasione cortometraggi di massimo 90 secondi.

Il Leone d’Oro alla carriera andrà ad un grande irregolare di Hollywood: William Friedkin che “ha contribuito, in maniera rilevante e non sempre riconosciuta nella sua portata rivoluzionaria, a quel profondo rinnovamento del cinema americano, genericamente registrato dalle cronache dell’epoca come la Nuova Hollywood. Dopo aver scardinato le regole del documentario con alcuni lavori televisivi impostisi per lo sguardo asciutto, spietato e imprevedibile, Friedkin ha rivoluzionato poi due generi come il poliziesco e l’horror, inventando di fatto il blockbuster moderno con ‘Il braccio violento della legge’ (1971) e l’ ‘Esorcista’” (Alberto Barbera, direttore dell’edizione Venezia 70).

Sono 53 i film proposti quest’anno a Venezia, tra classici restaurati (Sorcerer di Friedkin), nuove promesse del cinema mondiale (Un pensiero kalasnikov di Giorgio Bosisio) e opere di autori di importanza riconosciuta (Ucraine is not a brothel di Kitty Green).

In concorso saranno 20 lungometraggi, tra cui anche due documentari – novità assoluta la loro presenza all’interno di un festival internazionale – firmati rispettivamente da Gianfranco Rosi ed Errol Morris. Quest’ultimo, affermato documentarista, con The unknown nown: the life and times of Donald Rumsfeld traccia il ritratto di uno degli architetti della guerra in Iraq. Rosi invece ci porta nella realtà romana del Grande Raccordo Anulare – da qui il titolo del documentario, Sacro GRA – dove per più di due anni ha rincorso volti e storie, di uomini e di luoghi.

Concorrono sia un’opera ultima – Stray Dogs, dopo cui Tsai Ming-Liang si ritirerà dalle scene – che un’opera prima, Via Castellana Bandiera di Emma Dante. La nota regista di teatro, racconta come il passaggio da teatro a cinema sia stato necessario: “avevo bisogno delle macchine vere, della verità della strada, della luce naturale.” Il film si prospetta come un duello di sguardi più che di parole, duello che porta ad un eccesso senza ‘se’ e ‘ma’, e senza più ragioni … il confronto con Carnage di Polanski sarà inevitabile, anche perché entrambi trasposizioni di un testo teatrale.

Presente anche il già leggendario Hayao Miyazaki, fumettista, animatore e regista, Oscar nel 2003 con La città incantata e Leone d’Oro alla carriera a Venezia nel 2005. Il film d’animazione che porta, Kaze tachinu (letteralmente, ‘si alza il vento’) è ambientato negli anni ’20 del Giappone, epoca della Grande Depressione e del terribile terremoto del Kanto; il mondo intorno crolla e Jiro sogna di volare.

Da tenere d’occhio Child of God, di James Franco (attore in film come Spiderman 2 e Milk), che si ispira all’omonimo libro di Cormac McCarthy: altre opere tratte dai suoi scritti si sono rivelate all’altezza, come The road e Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen. Franco, che dal 2005 si confronta anche con la regia, dunque osa e rischia molto.

Interessante e originale Ana arabia di Amos Gitai, regista israeliano che così si racconta: “vengo da una famiglia in cui il cinema non era considerato una grande arte…durante la guerra del Kippur il mio elicottero fu colpito. Il mio compagno era seduto affianco a me, fu decapitato da un missile siriano, che penetrò il nostro elicottero… Mi venne detto nel linguaggio molto asciutto dell’esercito che, statisticamente, il fatto che fossi vivo, era considerata un’eccezione… Allora decisi di sfruttare questo errore statistico e di dire un paio di cose che avevo dentro e che mi turbavano”. Il film è girato in un'unica sequenza di 81 minuti, senza stacchi, come i destini di ebrei ed arabi che trovano in un angolo di mondo un pezzo di universo e di speranza.

 

Chiudiamo questa breve rassegna su alcuni dei 20 film in concorso a Venezia, con quello che personalmente attendo di più: Die frau des polizisten di Philip Groning, regista del meraviglioso Il grande silenzio (2005). La trama è nuda e schietta: marito, moglie e una figlia, in questo, la violenza.

La miglior premessa all’attesa e alla visione del film sono le parole del regista, che così scrive:

"Carta, carta dappertutto.
Ma non volevo più tirar fuori un film dalla carta.
E poi, senza copione giro film migliori.
Con una bambina, senza un copione.
Funziona, l’ho già fatto, è così che ho cominciato.

Il pregio di questo film è la sua semplicità.
Due storie che evolvono perfettamente dritte, come una croce scozzese,
corrono l’una contro l’altra, anzi l’una oltre l’altra.
Come Christine, la madre, crea questo spazio d’amore in cui
l’anima della bambina cresce.
E come Uwe, il padre, distrugge Christine.

Un essere umano viene creato, un altro viene distrutto.
Semplice, no?

Che cosa trasmetti come essere umano?
Trasmetti la distruzione che tu hai subito?
O trasmetti l’amore che hai provato?
Ecco di che cosa si tratta.

Una domanda semplice. Impossibile rispondere.
Ma è la domanda che affrontiamo durante tutta la vita.
Una buona domanda è quella che non ha risposta.
E nessun’anima umana emergerà mai senza distruzione.
Nessun’anima umana può mai emergere senza amore.
È una domanda che tutti conosciamo. Tutti.

La libertà di girare questo film, la libertà di questa storia – mi
ha reso felice. Giocare con la macchina da presa, come giocare con
il pennello, di getto e dal vivo, e guardare le immagini che
affiorano. Che prendono vita.
Con questa fantastica bambina, i grandi attori e il minuscolo
team, l’uno che aiuta l’altro e il film.
Mai prima d’ora
mi sono sentito in così buone mani sul set, un unico team.

Di che cosa tratta questo film?
Tratta della virtù dell’amore.
E di questa lunga, lunga strada che tutti prendiamo:
dal bambino che ero all’adulto che sono.
Ognuno di quei momenti è me."


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