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"Non c'è Creazione senza libertà"

Di Luca Giovanni Ricci, 05.09.13 Palcoscenico: Una vita dietro le quinte

Com’era la realtà teatrale in Cile quando hai iniziato?

“Il fenomeno del teatro a quei tempi era molto forte perché i registi e gli insegnanti, a Santiago per esempio, non tenevano corsi solo nei licei ma anche nelle fabbriche e nelle industrie. Si trattava dunque di un fattore collettivo che arrivava ad avere dei festival molto importanti a livello liceale, dei sindacati e delle fabbriche. È stato quello il momento in cui mi sono avvicinato al mondo della recitazione, frequentando corsi con professionisti molto ben preparati. Terminato il liceo mi sono iscritto alla Scuola d’Arte Drammatica dell’Università del Cile dove però non sono riuscito a finire il percorso di tre anni a causa degli avvenimenti politici del ’73.
Guardando gli attori recitare rimasi affascinato dalla magia del palcoscenico e dagli argomenti proposti che per la situazione del paese e dell’America Latina erano d’interesse e attualità. È stato un processo di fermentazione che man mano mi ha trascinato in questo mondo meraviglioso che non ho più lasciato”.

Dittatura e libertà sono due termini che si contrappongono. Quanto è importante la “libertà” nel teatro?

“Con il golpe ci fu un cambio repentino. Molte cose che prima si potevano fare diventarono proibite. Con la dittatura furono chiusi praticamente tutti i teatri, le università con facoltà di tipo artistico e sociale o di stampo democratico di sinistra vennero stroncate. Si avvertiva fortemente la diminuzione dello spazio a livello artistico e intellettuale senza dimenticare che si correvano rischi concreti e reali per la propria vita. Molti attori e artisti finirono in campi di concentramento o dovettero emigrare, come me per esempio. Si era arrivati al punto che solo avere un’idea, senza esprimerla, t’incuteva la paura di essere giudicato. È evidente dunque che la libertà sia un fattore fondamentale per qualsiasi genere di creazione, non c’è creazione senza di essa.
Non dimentichiamo però che a prescindere dalla dittatura ogni società porta i suoi condizionamenti che spesso non notiamo, pensiamo al consumismo che assoggetta l’uomo a una norma, a un tipo di condotta, a una linea culturale e a un modo di vivere preciso. È importante che l’uomo si renda conto delle situazioni che in un modo o nell’altro possano renderlo schiavo.

La Scuola Teatro Dimitri e “l’espressione teatrale e le tecniche corporee”. Che cosa significa?

“Possiamo dire che sia la frase che definisca ciò che il Teatro Dimitri (S.T.D.) voleva fare. All’inizio la S.T.D. non aveva come indirizzo il teatro di prosa o quello classico. Si parla di espressione corporale perché erano toccate forme e stili teatrali dove il movimento nello spazio era molto importante: i clown, la pantomima, il mimo. Dimitri, il fondatore, si rifaceva a tradizioni come il mimo francese, i clown spagnoli o lo stesso clown Grock in Svizzera, a tutto il bagaglio che aveva portato il cinema muto; tutte espressioni dove l’assenza della parola dava spazio soprattutto all’espressione del corpo. Nonostante questo forte accento sul corpo, lo stesso Dimitri insisteva perché conoscessimo le tendenze presenti nel panorama culturale del tempo (anni ’70-’80) come Dario Fo, Peter Brook, diversi lavori fatti dalla Nuova Compagnia del Canto popolare di Napoli e del teatro Il Cerchio di Roma. È chiaro che adesso la scuola sarà diversa da quella che ho conosciuto io in quegli anni”.

Che differenza c’è tra un attore in Sud America e uno qui in Europa?

“Come dicevo, in Cile c’era fermento d’idee e spettacoli, questo faceva in modo che l’artista avesse un riconoscimento da parte della gente e della società. L’attore era riconosciuto come ruolo sociale, c’era quasi ammirazione per chi faceva questo mestiere e tutto senza avere ancora la televisione. Una volta arrivato in Europa mi sono reso conto di come fosse diverso, bisognava ritagliarsi un posto nella società. Forse perché non era stato vissuto questo fermento che abbiamo avuto noi in Cile. Non è mai stata al primo posto la preoccupazione per le necessità materiali, anche perché sono stato abituato a condurre uno stile di vita semplice. Quello che più mi colpiva era quanto fosse difficile per l’artista ottenere il riconoscimento dovuto e comprendere il valore e il ruolo che l’arte gioca nella società.
L’approvazione dell’artista nella società, in quanto porta un patrimonio a livello sociale e culturale, attenua in un certo modo le difficoltà materiali che esistono.
In Ticino ci sono molte piccole compagnie che fanno molti sforzi e sacrifici per cercare di ottenere quella gratitudine loro dovuta. Queste difficoltà nascono anche dal luogo comune che l’artista non sia una vera e propria professione ma un semplice hobby”.


Non ho mai vissuto nello stesso posto per più di sei anni. Adattarmi è stata una necessità. Arricchirmi...un piacere! Ho studiato Filosofia e Teologia a Roma. Mi piace tenermi informato e ascoltare le persone che stimo.

luca.ricci@lugano.ch
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