Bob marley   catch a fire   front

Rebel Music: la voce del reggae

Di Gabriele Scanziani, 11.09.13 Il disco della settimana

Giunto ormai alla fine di una torrida stagione estiva, guardo l’inverno con preoccupata attesa. In parte spaventato dal gelo, non fatico tuttavia ad ammettere che a lungo ho aspettato un po’ di refrigerio. Per salutare un’estate come questa, in cui il sole ha rivolto il proprio sguardo insistente e il caldo sorriso verso la mia testa, ho pensato di omaggiare i caraibi e, con essi, la musica reggae.

Ad un osservatore poco esperto, il reggae può apparire un genere musicale privo di variazioni. Una tale considerazione è un errore di giudizio in cui è facile cadere, in primis perché si tende a considerare l’isola caraibica unicamente come madre di quella musica, in secondo luogo perché spesso si manca della giusta prospettiva. Quelli che non conoscono o non amano questo genere, quando sentono Burning Spear, Bunny Wailer o Peter Tosh hanno la sensazione di ascoltare sempre lo stesso brano. Lo so bene, poiché ho militato per lungo tempo in questa categoria di ascoltatori.

La Giamaica ha una storia interessante. Raggiunge l’indipendenza dal Regno Unito nel 1962 e, grazie all’enorme povertà in cui versa la maggioranza della popolazione a Kingston, nei dieci anni successivi diviene l’isola delle guerre tra gang. Il sangue scorre a fiumi nei ghetti e negli slums della capitale. Il tasso di omicidi è tale che le autorità smettono di tenere il conto dei cadaveri. Giovanissime madri, spesso nemmeno maggiorenni, vivono in case di lamiera e crescono i propri figli in mezzo al degrado e alla violenza. L’isola necessita di una figura forte, un leader carismatico, quasi un profeta. Trova tutto questo in Robert Nesta Marley, detto Bob, che darà voce a quella gioventù e a quella povertà resa muta dalla società del tempo. Un establishment che preferisce che la feccia si massacri per le strade, specialmente a cavallo dei violentissimi periodi elettorali. In quel tempo e in quelle condizioni sociali Bob Marley and The Wailers rappresentano il seme della ribellione. Il reggae non è il calipso, è la voce dei poveri che dicono: “adesso basta!”.



Con 14 album pubblicati nel corso della sua vita, Bob Marley è uno degli artisti più prolifici dell’isola caraibica. Il più interessante tra i suoi dischi è l’ultimo che fece prima di iniziare la carriera da solista: Catch a Fire. Prima di questo disco infatti Peter Tosh, Bunny Wailer e Bob Marley si erano soprattutto concentrati sul riprodurre musica rocksteady, sebbene le prime avvisaglie di una presa di coscienza verso la ribellione vi furono già in Soul Revolution, disco precedente. Canzoni come “Duppy Conqueror” o “Brain Washing”, fanno presumere un cambiamento di rotta verso testi più critici nei confronti della società che, come era prevedibile, non sono mancati in Catch a Fire. D’altra parte il titolo stesso suggerisce una presa di posizione forte, tant’è che nello slang giamaicano significa letteralmente mettersi nei pasticci.

Fu il disco che portò i Wailers, già noti in Giamaica, ad essere ascoltati dal mondo intero. L’artefice di tale successo, oltre al gruppo in sé, fu Chris Blackwell, discografico inglese fondatore di Island Records. Soprannominato “The Vampire” da Lee Perry, produttore dei Wailers fino a Catch a Fire, Blackwell aveva compreso che per essere apprezzati anche dalle orecchie anglosassoni, i Wailers avrebbero dovuto avere un approccio più rivolto al rock. Quindi, appena ebbe per le mani le prime registrazioni e le cassette con i brani, comprese che le tastiere di John Bundrick e la chitarra di Wayne Perkins avrebbero dato il giusto slancio al disco. E funzionò.
Oltre alla visione d’insieme, Blackwell sapeva bene che l’album non avrebbe mai spiccato il volo senza la complementarietà degli elementi del gruppo. Il contributo di Peter Tosh, “Stop That Train” e “400 Years”, sia come cantante che come musicista, evidenziava il perfetto sposalizio con la voce di Bob Marley e stendeva le basi per le future carriere da solista percorse dai due in seguito. Non va nemmeno sottovalutato l’ineccepibile lavoro svolto dai fratelli Barrett alle percussioni, grazie all’abilità della parte ritmica i Wailers poterono spaziare da canzoni d’amore dai colori tipici del tramonto caraibico come “Stir It Up”, a tracce che rivolgono lo sguardo ad una presa di coscienza sulle questioni politico sociali in cui versano i quartieri poveri di Kingston, di cui “Concrete Jungle” è l’esempio perfetto.



Fino ad allora, il reggae era un genere di nicchia, ben poco ascoltato al di fuori dei confini giamaicani. Catch a Fire ha cambiato tutto, portando l’apparente quiete della musica in levare alle orecchie di quel mondo occidentale che a breve avrebbe ricevuto l’appellativo di Babylon, la Babilonia che raccoglie in sé i mali degli africani delle indie occidentali, la dimensione di tutte le ingiustizie della società Giamaicana e non solo. Grazie a questo disco, alle abilità dei Wailers e alla capacità strategica di Chris Blackwell, nacque una musica che diede voce a chi non poteva esprimersi. Un genere che attinge dal rock, dal funk e che affonda le sue radici in profondità nel terreno della musica nera, fino a prendere nutrimento dallo stesso Doo-wop.

A tre anni dall’uscita di Catch a Fire, Ed McCormack, una delle penne più affilate del Rolling Stone Magazine, ebbe l’ardire di andare in Giamaica ad intervistare Bob Marley. Quando gli domandò come fosse possibile che un uomo che possedeva una grande villa e una BMW si facesse portavoce della gente dei ghetti, Marley gli rispose:

Cosa significa per te essere ricchi? Avere dei possedimenti? Avere delle cose? Quelle non sono le ricchezze che interessano a me. L’unica ricchezza per me è la vita. Il reggae è come la vita, cambia sempre. A volte sei più triste, altre sei più allegro. Quali altre ricchezze conosci oltre la vita?” (cit. Rolling Stones Magazine, Intervista a Bob Marley, agosto 1976)


Giornalista non tesserato, appassionato di black music e delle sue varie sfumature. Attore, ballerino, presidente. Non sono nessuna di queste cose.

gabriele.scanziani@agendalugano.ch
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